Combinare esercizio fisico, stimolazione cognitiva e attività sociali può incidere sulla salute cerebrale nelle fasi iniziali del declino cognitivo. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Brain, Behavior & Immunity – Health, che ha valutato gli effetti del programma “Train the Brain” su persone con Mild Cognitive Impairment (MCI), una condizione associata a un elevato rischio di evoluzione della malattia di Alzheimer.
La ricerca, condotta dall’IRCCS Istituto Clinico Humanitas insieme all’Istituto di neuroscienze del Cnr di Pisa, affronta il tema dell’inflammaging, «uno dei principali processi biologici legati all’invecchiamento e allo sviluppo di patologie neurodegenerative», osservano i ricercatori.
Infiammazione e declino cognitivo
I soggetti con diagnosi di MCI presentano un deterioramento cognitivo superiore a quello atteso per la loro età e mostrano spesso livelli elevati di citochine pro-infiammatorie. Queste molecole, quando presenti in eccesso, possono compromettere la funzionalità neuronale e favorire processi di neurodegenerazione.
“Train the Brain”: attività fisica, stimolazione cognitiva e relazioni sociali
Il programma “Train the Brain”, sviluppato dal Cnr-In di Pisa e ospitato nella “Palestra della Mente”, propone attività motorie, esercizi cognitivi e momenti di socializzazione strutturata. Avviato nel 2017 dal gruppo guidato da Lamberto Maffei, mira a intervenire contemporaneamente su più dimensioni dell’invecchiamento cerebrale.
«I primi studi sul programma hanno mostrato risultati molto promettenti» afferma Alessandro Sale, dirigente di ricerca e group leader del Cnr-In. «Abbiamo osservato miglioramenti nelle funzioni di memoria e attenzione e modificazioni cerebrali rilevate tramite risonanza magnetica, come una migliore perfusione e una maggiore conservazione della sostanza grigia».
Lo studio
Per chiarire i meccanismi alla base di questi risultati, il gruppo guidato da Michela Matteoli, direttrice del Programma di Neuroscienze di Humanitas, ha considerato il ruolo del sistema immunitario. Lo studio ha coinvolto 76 persone con MCI: una parte ha seguito il programma per sette mesi, mentre un gruppo di controllo ha ricevuto soltanto supporto informativo.
«I risultati hanno evidenziato, nel gruppo “Train the Brain”, una riduzione significativa dei livelli plasmatici di molecole associate a infiammazione sistemica e declino cognitivo, come IL-6, IL-17A, TNF-α e CCL11» spiega Matteoli. Parallelamente, si è registrato «un mantenimento o un incremento di molecole antinfiammatorie note per il loro effetto neuroprotettivo, come IL-10, TGF-β e IL-4».
L’aumento di IL-10, in particolare, risulta correlato alle capacità di memoria: «Si tratta di una molecola importante per la sopravvivenza dei neuroni e per la neurogenesi adulta, e potrebbe rappresentare un marcatore utile per monitorare l’efficacia degli interventi motori e cognitivi».
Stile di vita e impatto sul cervello
Secondo Genni Desiato, ricercatrice post-doc all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, lo studio conferma che «il cervello è fortemente influenzato dallo stile di vita». Movimento, stimolazione cognitiva e relazioni sociali esercitano, afferma, «un impatto diretto sulla salute cerebrale e sull’infiammazione sistemica».
Abitudini quotidiane come camminare, leggere, svolgere giochi di logica o mantenere una vita sociale attiva emergono così come strumenti accessibili per rallentare i primi segnali di declino, in un contesto in cui prevenzione e interventi non farmacologici acquistano crescente rilevanza.
