Un nuovo studio pubblicato su The Lancet Psychiatry stima che i disturbi somatoformi colpiscano un adulto su 21 nel mondo (prevalenza 4,6%). Ma ancora oggi i disturbi somatoformi sono ancora oggi fortemente sottovalutati, al punto da essere esclusi dal Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study (GBD), lo studio internazionale condotto periodicamente per valutare la prevalenza e il carico sanitario delle malattie nel mondo. Difatti, se fossero inclusi nel Global Burden of Disease (GBD) risulterebbero il secondo disturbo mentale più gravoso, subito dopo la depressione, secondo quanto affermato dalla Fondazione Veronesi.
Sintomi, cause e origini
Secondo gli esperti, il meccanismo alla base dei disturbi somatoformi può iniziare nell’infanzia, in famiglie dove:
- la malattia fisica è stata percepita come un elemento centrale o minaccioso;
- le emozioni non sono state adeguatamente riconosciute e gestite;
- i sintomi fisici venivano rafforzati con attenzione e caregiving eccessivi.
Queste dinamiche contribuiscono a far sì che, da adulti, la persona non riconosca o non riesca a elaborare emozioni difficili, che emergono invece sotto forma di sintomi corporei. Diagnosticare un disturbo somatoforme è complicato perché i sintomi spesso si sovrappongono con quelli di ansia, depressione o altre condizioni mediche. Molti pazienti, infatti, consultano specialisti diversi in base ai sintomi (cardiologi, neurologi, reumatologi), perpetuando il fenomeno del “doctor shopping” senza arrivare a una diagnosi risolutiva.
«Si tratta di manifestazioni che si esprimono con sintomi fisici a fronte dei quali non è possibile individuare cause somatiche dopo aver effettuato tutti gli appropriati accertamenti diagnostici», spiega Luigi Grassi, professore ordinario di psichiatria dell’Università di Ferrara. «Sono quindi dovuti a una componente psicologica e interpersonale, spesso associata a condizioni di stress che si presenta con un’espressione a livello di sintomi somatici».
Il ruolo del medico di base e della psicoterapia
Il medico di medicina generale svolge un ruolo chiave nella gestione dei disturbi somatoformi: dopo aver escluso cause organiche, è importante che il medico spieghi al paziente la natura dei sintomi e lo guidi verso un percorso di psico-educazione e psicoterapia. «Questi pazienti sono molto sfidanti soprattutto per i medici di medicina generale. L’ideale sarebbe, una volta fatti gli accertamenti fisici, che il medico riesca a comunicare in modo efficace», commenta l’esperto.
«Facendo prima di tutto psico-educazione, spiegando che il nostro organismo reagisce al contesto ambientale attraverso sistemi di allerta: quando si prova paura, per esempio, si attiva il sistema ortosimpatico che provoca sensazioni fisiche prima ancora che mentali, come tachicardia, mancanza di fiato, tensione muscolare. Mente e corpo sono un tutt’uno e quindi abbassare il carico di stress può aiutare».
Come trattare i disturbi somatoformi
Le terapie più efficaci includono:
- psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT);
- tecniche di rilassamento e gestione dello stress;
- esercizi di mindfulness e attività che favoriscono la connessione mente-corpo;
- gruppi di sostegno e percorsi integrati con professionisti della salute mentale e fisica.
«Gli ansiolitici, in particolare le benzodiazepine, possono ridurre la tensione muscolare e quindi alleviare un po’ i sintomi, ma creano dipendenza e non risolvono il problema», precisa Grassi. «Possono essere utili quando alla base della condizione c’è un disturbo depressivo, ma è una valutazione complessa che spetta allo psichiatra».
