Linee guida alimentari USA 2025–2030: cosa c’è davvero nella nuova piramide 

Un ritorno al cibo semplice negli Stati Uniti, con aumenti proteici e rappresentazioni grafiche discutibili secondo gli esperti italiani.
linee guida alimentari

Le Dietary Guidelines for Americans (DGA) 2025–2030, pubblicate all’inizio del 2026, hanno attirato attenzione anche fuori dagli Stati Uniti per la revisione della piramide alimentare e per alcune indicazioni che sembrano discostarsi dai modelli nutrizionali consolidati in Europa. Una lettura attenta del documento mostra però un quadro più articolato, fortemente legato al contesto sanitario e culturale statunitense. 

Un documento costruito sulle criticità del modello alimentare americano 

Le nuove linee guida partono dal riconoscimento che la popolazione statunitense consuma prevalentemente alimenti pronti, conservati e ultra-processati, che arrivano a fornire circa il 60% dell’energia totale giornaliera. Un dato che si accompagna a tassi molto elevati di sovrappeso, obesità e disturbi metabolici. L’obiettivo dichiarato delle DGA è quindi riportare l’alimentazione verso ciò che viene definito “real food”: alimenti poco trasformati, riconoscibili, cucinati più spesso in casa. Frutta, verdura, cereali integrali, fonti proteiche e grassi di qualità sono al centro delle raccomandazioni, insieme a una netta riduzione di snack dolci e salati, bevande zuccherate e prodotti industriali. 

Una piramide che richiama modelli già noti in Europa 

Al di là dell’impatto visivo della nuova piramide, l’impianto generale delle linee guida presenta diversi elementi in comune con modelli alimentari già consolidati in Europa: ampia presenza di alimenti vegetali, attenzione alla qualità dei grassi, limitazione degli zuccheri aggiunti e degli alimenti ultra-processati. La differenza principale risiede nel tono più diretto e prescrittivo, che riflette la necessità di intervenire su una popolazione con abitudini alimentari particolarmente critiche e una diffusa fragilità metabolica. In questo senso, le DGA appaiono meno come un cambio di paradigma e più come un tentativo di rendere operative indicazioni che in altri contesti risultano già acquisite. 

L’aumento dell’apporto proteico e i nodi irrisolti 

Uno degli aspetti più discussi riguarda l’indicazione di un apporto proteico compreso tra 1,2 e 1,6 grammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno per gli adulti, un valore sensibilmente superiore alle raccomandazioni precedenti. Secondo il documento americano, questa scelta risponde all’esigenza di migliorare la sazietà, preservare la massa muscolare e favorire il controllo del peso in una popolazione caratterizzata da sedentarietà e obesità. Tuttavia, la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ha espresso una posizione critica su questo punto. 

Nel comunicato ufficiale del Consiglio Direttivo, la SINU osserva che la maggior parte degli adulti statunitensi assume già quantità di proteine adeguate o elevate e che i nuovi valori derivano principalmente da studi condotti in contesti di perdita di peso. Viene inoltre segnalata la mancanza di una valutazione approfondita degli effetti a lungo termine su altri esiti di salute, in particolare cardiovascolari, e l’assenza di una chiara distinzione tra le diverse fonti proteiche. 

Fonti proteiche e qualità della dieta 

Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’enfasi posta sulle fonti proteiche di origine animale. La SINU ricorda come le evidenze scientifiche indichino che diete con una maggiore quota di proteine vegetali e pesce siano associate a risultati di salute più favorevoli rispetto a modelli ricchi di carne rossa, soprattutto se consumata quotidianamente. Nel contesto statunitense, dove il consumo di carne è già elevato e quello di cereali integrali e legumi risulta molto basso, l’indicazione di aumentare ulteriormente l’apporto proteico complessivo rischia di rafforzare squilibri già presenti, anziché correggerli. 

Grassi saturi: limiti confermati, messaggio ambiguo 

Le nuove DGA hanno suscitato discussioni anche per la rappresentazione di alimenti ricchi di grassi saturi di origine animale tra quelli definiti “salutari”. Nel documento di supporto, tuttavia, si conferma il limite già raccomandato a livello internazionale: i grassi saturi non dovrebbero superare il 10% dell’energia totale giornaliera. Secondo la SINU, il problema non risiede tanto nel limite numerico, quanto nella coerenza complessiva delle raccomandazioni. L’aumento simultaneo di proteine animali e di alimenti ricchi di grassi saturi renderebbe infatti difficile rispettare tale soglia, con potenziali implicazioni sul rischio cardiovascolare, che resta principalmente associato alla concentrazione totale di colesterolo LDL. 

La rappresentazione grafica e le ambiguità comunicative 

Anche la piramide che accompagna le linee guida è oggetto di critiche. Non è chiaro se debba essere interpretata come una scala di frequenza di consumo o come una semplice classificazione per gruppi alimentari. Alcune scelte appaiono poco coerenti con il testo: i cereali integrali sono collocati nella parte superiore della piramide pur essendo raccomandati per più porzioni giornaliere, mentre i legumi risultano poco rappresentati. Secondo la SINU, queste ambiguità rischiano di generare confusione e di mettere in secondo piano indicazioni condivisibili, come l’aumento del consumo di frutta e verdura, la lettura delle etichette e la riduzione degli alimenti ultra-processati. 

Un modello legato al contesto e non trasferibile automaticamente 

Nel suo comunicato, la SINU sottolinea come le linee guida alimentari siano per definizione specifiche per la popolazione a cui si rivolgono, perché tengono conto di abitudini, risorse, cultura alimentare e contesto socioeconomico. In Italia, il riferimento resta la Dieta Mediterranea, che integra aspetti nutrizionali, culturali e di sostenibilità ambientale. La diffusione mediatica della piramide alimentare statunitense, se non accompagnata da una lettura critica e contestualizzata, potrebbe secondo la SINU influenzare le scelte alimentari verso modelli non coerenti con le evidenze scientifiche e con il contesto italiano.

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di Sara Claro

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