La SIMEU (Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza) a fine novembre ha fatto uscire un’indagine, realizzata su un campione di 50 strutture rappresentative, pari al 12% dei pronto soccorso a livello nazionale. I risultati dello studio hanno destato molta preoccupazione: il 39% delle strutture rischia di operare con una copertura di personale compresa tra il 50% e il 75%, mentre solo il 31% supererà la soglia del 75%. Una quota ridotta, ma significativa, pari al 4% dei complessi, si troverà invece in una condizione particolarmente critica, con appena il 25% del personale di cui necessita effettivamente in servizio. Ai margini del congresso nazionale Anaao-Assomed tenutosi a inizio dicembre presso la sede OMCeO Roma è avvenuta una tavola rotonda per discutere di come i Pronto Soccorso (PS) possono resistere alla prova del tempo, nonostante le difficoltà croniche che i loro medici devono affrontare ogni giorno.
Il PS non è più attrattivo
Angela Pezzolla, Direttrice Dipartimento Funzionale dei Percorsi Chirurgici Policlinico di Bari, ha commentato: «Questi dati sono sconcertanti, quasi da delirio. Si tratta di un problema che va immeditatamente affrontato, senza ricorrere ai gettonisti che hanno tamponato l’emergenza ma non l’hanno risolta. Tanto nel PS, quanto nelle specializzazioni come chirurgia o anestesia, la soluzione è migliorare l’attrattività di questi luoghi. Oggi, invece, i PS sono luoghi isolati, anche rispetto al resto dei reparti dell’ospedale».
Mirko Di Capua, Segretario Nazionale SIMEU, fa un confronto con la sua esperienza personale all’ingresso nel PS: «Io chiedevo ai miei colleghi e superiori: “L’ecografo ce l’avete? Se voglio fare una procedura invasiva la posso fare? Se c’è un politrauma lo posso gestire io o per forza il responsabile?” Queste sono le domande che facevo dopo la specializzazione. Le domande che ti fa adesso uno specializzando sono: “Quanti weekend e notti mi fate fare? Quanti siamo di notte?” È cambiata completamente la prospettiva, ma non credo che non vogliano più fare questo lavoro. Invece, credo che gli specializzandi lo vogliano fare trovando però un equilibrio con la propria vita personale e dobbiamo garantirgli un buon ambiente di lavoro. Un posto in cui si lavora bene e secondo i criteri che tede una medicina d’urgenza moderna e adeguata all’assistenza al paziente e contemporaneamente abbiano anche spazio per loro stessi».
In Simeu hanno recentemente costituito un gruppo d’ascolto per il benessere lavorativo, un’iniziativa il cui indirizzo è chiaro: capire le esigenze di chi anima i PS per migliorarne l’esperienza lavorativa. Il progetto è ancora agli albori, quindi non ci sono ancora risultati concreti. Tuttavia, si tratta dell’inizio di un cammino che porterà a una migliore appropriatezza delle cure ed efficienza del sistema sanitario, sia interna che esterna.
Una relazione di cura fallace
Di Capua, quindi, passa a un’altra questione che mina la qualità delle cure dei PS: «Credo chi ha gli anni di esperienza sulle spalle abbia il gravoso compito di insegnare ai ragazzi che si avvicinano al PS di tornare dai pazienti. Noi dobbiamo proprio insegnarglielo perché loro questa passione che noi abbiamo nell’andare dal paziente raramente i giovani professionisti di oggi ce l’hanno. Eppure, è proprio questo il bello della professione: quando vai dal paziente e gli risolvi un problema, lui è felice. A volte non è possibile risolverlo, ma se riesci a fargli capire il perché e a convincerlo che deve semplicemente conviverci lo è stesso perché gli abbiamo fatto comprendere la patologia che ha e come gestirla. Questa è la vera soddisfazione, quella che ti fa andare avanti».
«Inoltre, c’è il tema dell’appropriatezza del ricovero: va mandato al PS solo chi ne ha la reale necessità. In questo modo si eviterebbe il loro sovraffollamento e si migliorerebbe il rapporto fra il PS e il resto dell’ospedale e soprattutto la relazione di cura con il paziente. Dobbiamo tornare a pensare non al numero delle prestazioni, ma alla loro qualità. Il medico deve tornare ad avere un vero rapporto di cura. Deve tornare a sapere dove va e che trattamento seguirà il paziente una volta uscito dal PS, ma va messo nelle condizioni di poterlo fare».
