Articolo a firma di Giuseppe Simone Modeo, Assistente Amministrativo UOC Medicina Legale Azienda USL Toscana Sud Est, e Claudio Pagliara, Direttore UOSD Codice Rosa/Salute e Medicina di Genere
C’è un equivoco che torna spesso quando si parla di medicina di genere: l’idea che sia una sensibilità in più, un’aggiunta opzionale alla medicina vera. In realtà è l’esatto contrario. La gender medicine è un requisito di qualità e appropriatezza clinica e dunque un diritto delle pazienti (e, più in generale, di tutte le persone) perché incide su prevenzione, diagnosi, cura, esiti e sicurezza. Quando il genere non viene considerato, non si produce neutralità: si produce errore sistemico.
Le evidenze, anche nel contesto italiano, descrivono un divario che attraversa l’intero continuum di cura e che non può essere ridotto a sola variabile clinica: è l’espressione di determinanti sociali, culturali e organizzativi. La medicina di genere, proprio per questo, non è un capitolo a margine ma un criterio di governance: richiede indicatori disaggregati, formazione, accountability, processi decisionali capaci di misurare l’impatto sulle persone e di correggere le distorsioni organizzative.
Il gender gap come fenomeno culturale e sociale
Se il punto fosse soltanto biologico, basterebbero protocolli e linee guida. Ma il punto è anche culturale. Il gender gap non si forma in corsia: entra in corsia da lontano. Si sedimenta nei linguaggi, nelle aspettative sociali, negli stereotipi su dolore, fragilità, resilienza, autorevolezza e perfino sulla credibilità del racconto di sintomi. Ecco perché la parificazione è un fattore trasversale: agisce su scuola, lavoro, spazi pubblici, rappresentazione mediatica e, in modo potentissimo, agisce sulla produzione artistica.
L’arte è la cartina di tornasole di una società perché non si limita a descrivere il reale: lo rende visibile, lo fissa in immagini e simboli, ne svela l’ordine implicito. Per secoli, la storia dell’arte ha funzionato come una struttura di esclusione che limitava l’accesso delle donne alla formazione, alle accademie, alle committenze, ai viaggi, alle reti culturali e perfino agli strumenti di legittimazione. Non è mai mancato il talento: sono mancate le condizioni e quando le condizioni mancano nell’arte, quasi sempre mancano anche altrove ovvero nel lavoro, nella politica, nella scienza, nella sanità.
Quando la cultura diventa educazione civica
Questa consapevolezza sviluppa il messaggio di Art Gender Gap, la mostra diffusa in corso a Monte San Savino fino all’8 maggio 2026, percorso che coinvolge la GAS – Galleria Andrea Sansovino e altri luoghi cittadini (Palazzo di Monte, Chiesa di Santa Chiara, Cisternone). La mostra, curata da Giuseppe Simone Modeo, Nicoletta Castellaneta e Domenico de Chirico, riunisce decine di opere e artiste internazionali per raccontare, senza slogan, la genealogia della disparità e la spinta a superarla.
In questo senso, Art Gender Gap non è solo cultura: è educazione civica. È uno specchio che rimanda una domanda sanitaria, prima ancora che estetica: chi viene ascoltato e riconosciuto? Chi acquisisce voce e autorevolezza? Nelle pagine del comunicato stampa la tesi è esplicita: il gender gap non è una dimenticanza ma un ordine storico che ha definito ciò che è legittimo e ciò che non lo è. E quando un ordine di esclusione è stato normalizzato per secoli nei musei e nei manuali, è ingenuo pensare che non lasci tracce anche nella clinica e nelle istituzioni sanitarie.
Medicina legale, responsabilità e rischio sanitario
Qui entra in gioco un altro punto decisivo: la medicina legale e la gestione delle responsabilità sanitarie, nella prospettiva che stiamo sviluppando con il Prof. Pasquale Macrì, Direttore Dipartimento Medicina Legale e Tutela dei Diritti in Sanità Azienda Usl Toscana Sud-Est. La medicina legale oggi non può limitarsi alla lettura ex post dell’evento avverso, ma deve diventare una leva di prevenzione del rischio, di miglioramento dei processi, di tutela effettiva dei diritti. Se la medicina di genere è un diritto delle pazienti, allora l’assenza di prospettiva di genere non è una semplice mancanza culturale: può diventare un problema di appropriatezza, quindi di sicurezza, quindi di responsabilità.
Se un percorso diagnostico-terapeutico non integra differenze di genere (biologiche e socio-culturali), il sistema aumenta la probabilità di ritardi diagnostici, sottotrattamenti o trattamenti non ottimali. E quando un rischio è prevedibile e prevenibile, la responsabilità non è più un concetto astratto: è governance, organizzazione, formazione e misurazione degli esiti. Proprio ciò che la letteratura e le proposte di management sanitario indicano come necessario: indicatori disaggregati, valutazioni d’impatto, programmi formativi e sistemi di performance in cui l’equità di genere diventi un parametro di qualità.
Dalla cultura al diritto alla salute
Ecco allora il senso profondo del legame tra arte e sanità: l’arte non sostituisce la tecnica ma prepara il terreno culturale perché la tecnica non sia cieca. Una società che riconosce le artiste, che rilegge i vuoti della storia e li chiama per nome, è una società che si allena a riconoscere le asimmetrie anche dove fanno più male: nei percorsi di cura, nei luoghi decisionali, nelle leadership cliniche e organizzative.
Se vogliamo davvero una salute di genere, dobbiamo superare il gender gap ovunque si generi: nella cultura che definisce chi è credibile, nelle organizzazioni che decidono chi guida e nei protocolli che stabiliscono cosa è standard. L’arte, da sempre, ci mostra la radice delle disparità e insieme la possibilità di superarle. La medicina legale e la governance sanitaria possono (e devono) fare la loro parte: rendere quell’orizzonte un dovere operativo, non solo un auspicio.
Da ultimo, una considerazione medico-giuridica. Ogni forma di gender gap aumenta significativamente la quota di rischio in ogni attività sociale, segnatamente in ambito sanitario, andando a ledere quella sfera protetta proprio dal primo comma dell’articolo 1 della Legge 24 del 2017, nota come Legge Gelli-Bianco. L’incipit dell’articolo ricorda che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del Diritto alla Salute. Il superamento del gender gap in ambito sanitario sostanzia un preciso diritto, immediatamente esigibile da tutte le pazienti.
