Come e dove promuovere l’ETP

Formare i professionisti, coinvolgere i pazienti, misurare i risultati: le tre priorità per rendere l'ETP una pratica strutturata
Formare i professionisti, coinvolgere i pazienti, misurare i risultati: le tre priorità per rendere l'ETP una pratica strutturata

Articolo di Hellas Cena, Presidente dell’Associazione Nazionale Specialisti in Scienza dell’Alimentazione (ANSiSA) 

È emersa con chiarezza la necessità di promuovere una formazione interdisciplinare e continua per tutti i professionisti coinvolti nell’Educazione Terapeutica del Paziente (ETP). L’elenco include medici, infermieri, psicologi, dietisti, fisioterapisti e assistenti sociali. Tale formazione non può essere demandata esclusivamente al sistema universitario, ma deve essere sostenuta in modo strutturato anche dalle società scientifiche, dagli ordini professionali e dagli enti di rappresentanza, al fine di garantire un aggiornamento costante, un approccio omogeneo e una piena valorizzazione delle competenze professionali. 

Parallelamente, è stato sottolineato il ruolo attivo del paziente e del caregiver all’interno dei percorsi di educazione terapeutica. L’ETP non può essere concepita come un processo unidirezionale di trasmissione di informazioni, ma come un percorso co-costruito, nel quale il paziente e chi se ne prende cura partecipano attivamente alle decisioni e alla definizione degli obiettivi di cura, diventando parte integrante del team educativo.

Un ulteriore elemento ritenuto fondamentale riguarda la definizione di indicatori di impatto, output e outcome. Bisogna individuare indicatori chiari e coerenti, articolati su tre livelli: il risultato (output), i cambiamenti ottenuti (outcome) e gli effetti nel medio-lungo periodo (impatti). Tali indicatori dovrebbero essere definiti già in fase di progettazione, inclusi i progetti formativi. Ciò consentirebbe un monitoraggio nel tempo, una valutazione dell’effettiva capacità degli interventi di generare cambiamenti significativi e l’orientamento eventuali azioni correttive o di rafforzamento dei modelli adottati.

Barriere culturali e fondamenti del modello educativo

Nonostante il riconoscimento del valore dell’ETP, persiste una resistenza culturale e organizzativa alla sua introduzione come pratica strutturata e sistematica. Il superamento di questa barriera richiede una leadership istituzionale chiara, percorsi formativi mirati e la valorizzazione delle buone pratiche già esistenti, in grado di dimostrare l’efficacia dell’approccio educativo.

È stato inoltre ribadito come l’ETP trovi il proprio fondamento nel modello biopsicosociale, che riconosce la persona nella sua globalità. L’educazione terapeutica non si limita alla gestione clinica della patologia. Anzi, integra dimensioni biologiche, psicologiche e sociali, includendo anche aspetti culturali e religiosi che influenzano l’esperienza di malattia e i comportamenti di salute.

In questa prospettiva, l’integrazione strutturata dell’ETP all’interno dei Percorsi Diagnostico-Terapeutico-Assistenziali (PDTA) rappresenta un passaggio decisivo per garantire uniformità, continuità e sostenibilità dei programmi educativi sul territorio. Al tempo stesso, ridurrebbe le disuguaglianze di accesso e migliorerebbe la qualità complessiva delle cure.

Infine, è emersa la necessità di affrontare in modo esplicito il tema dello stigma e del vissuto emotivo. I percorsi formativi destinati ai professionisti dovrebbero includere moduli specifici dedicati al riconoscimento e alla gestione dello stigma, sia esterno sia interiorizzato. Il tutto finalizzato alla promozione di relazioni terapeutiche più empatiche, rispettose e realmente centrate sulla persona.

Il contributo del Dott.ssa Cena fa parte del Libro Bianco di Welfair, fiera del fare Sanità, che verrà presentato il 1° aprile 2026 alla Camera dei Deputati.

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di Redazione Bees Sanità

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