Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Clinical and Health Psychology e pubblicato dalla Fondazione Veronesi negli ultimi anni i social network sono diventati una presenza costante nella vita degli adolescenti, trasformando profondamente le modalità di relazione, di espressione e di costruzione dell’identità. Ma è davvero il mezzo digitale il problema, o piuttosto il contesto relazionale in cui cresce un adolescente oggi?
Per approfondire questo tema complesso e attuale abbiamo intervistato la Dott.ssa Marta Guastella, che ci ha aiutato a leggere il rapporto tra giovani e social network da una prospettiva psicologica ed educativa, mettendo al centro non tanto lo strumento, quanto il bisogno di relazione, protezione e ascolto. Un dialogo che invita genitori, insegnanti e adulti di riferimento a interrogarsi sul proprio ruolo in un mondo sempre più connesso.
Dottoressa Guastella, oggi i social network fanno parte della quotidianità degli adolescenti. Come descriverebbe il rapporto che i giovani hanno con questi strumenti?
«Sì, i social network, e più in generale i cellulari, fanno ormai parte della quotidianità degli adolescenti. La maggiore predisposizione dei ragazzi a stare connessi va letta all’interno dei profondi cambiamenti che hanno attraversato la società negli ultimi anni. Oggi, infatti, i giovani dispongono di sempre meno spazi fisici in cui incontrarsi: luoghi come i giardini o le piazze, un tempo centrali per la socializzazione, non rappresentano più un punto di riferimento».
«Di conseguenza, i social diventano lo spazio privilegiato in cui i ragazzi si incontrano, si scambiano esperienze e costruiscono relazioni con i propri pari. Questo fenomeno è legato anche a una maggiore fragilità emotiva, dovuta al cambiamento dei modelli educativi e familiari. Molti adolescenti faticano a individuare figure di riferimento stabili e spesso crescono in contesti familiari più fragili, come nel caso di genitori separati».
«Nel rapporto virtuale con l’altro, l’adolescente si sente maggiormente protetto: manca la condivisione diretta del corpo, che in questa fase della vita è in trasformazione e può diventare fonte di insicurezza. Sostenere lo sguardo dell’altro, il giudizio dei pari e il confronto diretto può risultare difficile nel mondo reale, mentre nel contesto virtuale la relazione avviene in uno spazio percepito come più sicuro, quello della propria casa o della propria stanza. Questo rende per molti ragazzi più sostenibile stare in relazione attraverso lo schermo».
Si parla spesso di “dipendenza da schermo”. Secondo lei quando l’uso dei social smette di essere fisiologico e diventa un problema?
«Non credo che l’utilizzo dei social network rappresenti di per sé un problema per gli adolescenti di oggi. Piuttosto, la difficoltà riguarda spesso gli adulti, che faticano ad avvicinarsi al mondo degli adolescenti e a chiedere loro che cosa fanno online. Per i ragazzi, infatti, il cellulare è uno strumento fondamentale per rimanere connessi con il proprio mondo relazionale».
«Il punto centrale è quindi il ruolo dei genitori e degli adulti di riferimento, che dovrebbero trovare strategie efficaci per informarsi e accompagnare i figli o gli studenti nell’uso del cellulare. Come accade per ogni strumento, se l’adolescente viene educato a un utilizzo consapevole, il social network non diventa un problema».
«È vero che oggi si osserva un aumento di ragazzi più ritirati, che trascorrono molto tempo in casa, ma per molti di loro il cellulare rappresenta l’unica possibilità di mantenere un contatto con il mondo esterno. In questo senso, il problema non è il cellulare in sé, bensì l’incapacità di utilizzarlo in modo corretto e responsabile».
Ci sono differenze nel modo in cui ragazzi e ragazze vivono l’esperienza dei social network?
«È possibile che una parte degli adolescenti maschi sia maggiormente attratta dal mondo virtuale e, in particolare, dai videogiochi. Tuttavia, su questo aspetto non dispongo di riscontri o dati specifici. Allo stesso modo, per quanto riguarda l’utilizzo di social come Instagram o TikTok, piattaforme che prevedono l’esposizione e la condivisione di contenuti personali, non ho elementi sufficienti per evidenziare differenze significative».
Quali sono i segnali d’allarme che genitori e insegnanti dovrebbero cogliere per capire se un adolescente sta vivendo un disagio legato all’uso dei social?
«Un segnale di reale pericolo emerge quando i social network vengono utilizzati per aderire a comportamenti che mettono a rischio la propria vita. Esistono situazioni in cui alcuni ragazzi, pur di pubblicare un video, arrivano a esporsi a pericoli concreti per la propria incolumità. Un altro importante fattore di rischio riguarda l’uso dei social come strumento di adescamento, soprattutto nei confronti di ragazze molto giovani».
«Un aspetto su cui sarebbe fondamentale lavorare maggiormente nelle scuole è la consapevolezza delle conseguenze di ciò che si scrive e si condivide nelle chat, soprattutto considerando la sensibilità e la fragilità di alcune persone. È importante, ad esempio, riflettere su ciò che accade quando viene pubblicata o condivisa una foto di un compagno di classe: nel momento in cui un’immagine viene inviata su una piattaforma come WhatsApp o Instagram, non è più sotto il controllo di chi l’ha scattata. Anche se può essere cancellata, quella foto continua a esistere».
«Se l’immagine viene inoltrata in altri gruppi, si verifica quello che possiamo definire un “effetto moltiplicazione”: chi la condivide perde completamente il controllo sull’uso che ne verrà fatto. Spesso i ragazzi non sono adeguatamente informati su questi meccanismi. Nella scuola in cui lavoro, ad esempio, sono stati organizzati incontri con la Polizia di Stato per affrontare il tema del cyberbullismo e spiegare anche l’esistenza di procedure che permettono la rimozione immediata dei contenuti. Molti studenti non erano a conoscenza di queste possibilità. È in questi casi che la protezione offerta dallo schermo può trasformarsi in un rischio».
Se dovesse lasciare un messaggio ai genitori che si sentono disorientati di fronte a questo tema, quale sarebbe?
«Il consiglio principale è quello di stare in relazione con i propri figli. Significa saper accogliere anche la possibilità che possano esprimere emozioni scomode come la tristezza, la rabbia o la frustrazione, senza evitarle o minimizzarle. È importante riuscire a raggiungerli lì dove si trovano, senza pretendere che siano come li avevamo immaginati, ma lasciando loro lo spazio per esprimersi per ciò che sono davvero».
«Vuol dire chiedere: chi sei, che cosa ti piace, come stai, che cosa senti. E soprattutto essere in grado di restare accanto a loro anche quando emergono emozioni difficili. Spesso gli adolescenti finiscono per proteggere i propri genitori, perché li percepiscono incapaci di sostenere il loro dolore. L’unica cosa che può davvero fare la differenza è la relazione: esserci, restare in ascolto, stare in relazione».
