Gli sportivi che, praticando le proprie discipline, si espongono a contatti e contusioni al capo corrono un rischio maggiore di sviluppare demenza. Una ricerca, condotta dal CTE Center della Boston University e recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia, ha rilevato un’associazione tra uno stadio elevato di encefalopatia traumatica cronica (CTE) e un aumento della probabilità di presentare sintomi cognitivi e funzionali, in assenza di patologie neurodegenerative concomitanti.
Questo studio è tra i primi a fornire evidenze che una neuropatologia avanzata di CTE, da sola, sia associata alla demenza. Il Dott. Michael Alonso, che ha guidato l’indagine, ha affermato che «stabilire che i sintomi cognitivi e la demenza sono esiti della CTE ci avvicina alla possibilità di rilevare e diagnosticare con precisione la CTE durante la vita».
Cos’è la CTE
I traumi cranici sono comuni tra le persone che praticano sport di contatto, specialmente in sport come rugby, calcio gaelico o football americano. Gli impatti ripetuti alla testa possono portare a sviluppare CTE, un disturbo cerebrale progressivo dovuto a grovigli della proteina tau che si accumula nel cervello a seguito di ripetuti impatti alla testa. Per contribuire a prevenire la CTE nelle persone che praticano sport di contatto, gli scienziati attuando numerose ricerche, come ad esempio su quali tipi di impatti alla testa comportino il rischio maggiore di sviluppare questa patologia.
Attualmente, la CTE può essere confermata con certezza solo esaminando il cervello dopo la morte, mentre è difficile diagnosticarla durante la vita. La CTE può essere erroneamente diagnosticata come altre malattie neurodegenerative, morbo di Alzheimer o altre forme di demenza. Per formulare una diagnosi in vita, i medici si basano quindi sulla storia di impatti ripetuti alla testa e sui sintomi del paziente, escludendo al contempo altri disturbi.
Lo studio di Boston
I ricercatori hanno esaminato 614 cervelli di donatori esposti a impatti ripetuti alla testa. Nessuno dei donatori presentava diagnosi di malattie neurodegenerative diverse dalla CTE. I ricercatori hanno inoltre tenuto conto di lesioni vascolari, uso di sostanze ed età. Sono state raccolte informazioni su umore, comportamento e capacità cognitive dei donatori.
Tra i cervelli analizzati, 366 presentavano CTE e 248 no. I ricercatori hanno scoperto che le persone con CTE più grave (stadi III e IV) presentavano sintomi cognitivi e funzionali peggiori. Coloro con CTE in stadio IV avevano una probabilità 4,5 volte maggiore di aver ricevuto una diagnosi di demenza rispetto a chi non presentava CTE. Al contrario, la CTE lieve (stadi I e II) non era associata a demenza, sintomi cognitivi o funzionali. I sintomi dell’umore e comportamentali non erano associati a nessuno stadio della CTE, sebbene comuni nelle persone esposte a impatti ripetuti alla testa. Ciò suggerisce che tali sintomi possano essere causati da altri tipi di danno cerebrale correlati agli impatti ripetuti, piuttosto che dalla CTE stessa.
«Esaminando centinaia di cervelli ed escludendo altre comuni malattie neurodegenerative, il team ha potuto analizzare la CTE isolatamente e collegarla ai sintomi riportati in vita», ha spiegato la Dott.ssa Amy Bany Adams, direttrice ad interim del National Institute of Neurological Disorders and Stroke del NIH, che ha finanziato la ricerca.
Gli stadi iniziali di CTE non sono risultati associati a sintomi cognitivi e funzionali e la neuropatologia della CTE non è risultata associata a sintomi dell’umore e comportamentali. Una CTE in fase iniziale potrebbe non essere sufficiente a manifestarsi clinicamente. L’eziologia dei sintomi dell’umore e comportamentali spesso osservati in questo contesto potrebbe non essere completamente spiegata dalla CTE. Perciò, sono necessari studi prospettici clinico-patologici per convalidare le associazioni tra neuropatologia della CTE e fenotipi sintomatologici.
