Mettere a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) le prestazioni effettuate in intramoenia, laddove il cittadino sia obbligato a servirsene non per scelta, ma perché non trova posto nel pubblico. È questa la proposta del Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e Odontoiatri, Filippo Anelli, rilasciata il giorno in cui il Sole 24 Ore ha anticipato, in un articolo a firma di Marzio Bartoloni e Barbara Gobbi, i primi dati, relativi al 2025, della Piattaforma nazionale sulle prestazioni, attivata presso Agenas.
La Piattaforma
La Piattaforma nazionale sulle prestazioni è «una maxi centrale di controllo dei tempi di attesa alimentata dal flusso dei dati delle Regioni in arrivo dai Cup» si legge nell’articolo. Ministro della salute Orazio Schillaci, che evidenza ritardi e disuguaglianze territoriali tra Regioni e Aziende Sanitarie Locali (ASL), è stato il primo promotore della Piattaforma. Fra gli indicatori da essa monitorati figura proprio l’intramoenia, ovvero la libera professione dei medici effettuata all’interno delle strutture pubbliche al di fuori del proprio orario di lavoro e a pagamento da parte del paziente. «Dai primi dati – si legge ancora sul Sole 24 Ore – emerge che proprio dove si aspetta di più quando si bussa alla porta del Servizio sanitario l’attesa si riduce a pochi giorni se il paziente mette mano al portafogli».
La stoccata di FNOMCeO
La risposta di Anelli, quindi, è lapidaria: «Se la responsabilità è del sistema, la fattura ai cittadini dovrebbe pagarla il SSN». Nel video in cui presenta la sua proposta, il Presidente FNOMCeO afferma che il problema più grave del SSN è rappresentato dalle liste d’attesa troppo lunghe.
Secondo quanto rilevato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, una delle criticità principali del sistema è l’inefficienza organizzativa. In pratica, la carenza di personale sanitario e di strutture adeguate porta molti cittadini a rinunciare alle cure. Si tratta di una condizione che, come segnala l’Istat attraverso l’ultima edizione del Rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile riguarda poco meno di sei milioni di italiani. L’altra alternativa oltre alla rinuncia delle cure è rivolgersi al settore privato. La spesa sostenuta direttamente dai cittadini per la salute, chiamata anche out of pocket, ha infatti superato i 43 miliardi di euro.
Quando una visita viene negata o rimandata a lungo nel sistema pubblico, le persone si sentono costrette a scegliere il privato o l’intramoenia. In questo modo, riescono a ottenere la stessa prestazione in tempi più rapidi. Di conseguenza, oltre a riconoscere l’impegno dei medici che si rendono disponibili a curare i pazienti, Anelli sostiene che, quando il sistema sanitario non garantisce l’accesso alle cure mancando al suo dovere, dovrebbe essere lo stesso SSN a farsi carico dei costi sostenuti dai cittadini.
Il salta-code
La misura proposta da Anelli risulta, di fatto, già contemplata dalla normativa vigente attraverso il meccanismo noto come “salta-code”, ossia un percorso di tutela formalmente previsto nel Piano nazionale per le liste d’attesa (art. 3, legge 107/2024). Questo impone alle ASL, qualora non riescano a fissare una visita entro i tempi stabiliti (che variano in base ai codici inseriti nella ricetta), di garantire la prestazione sanitaria in intramoenia o nel privato accreditato a sue spese. Il paziente è tenuto a coprire solamente il costo del ticket in questa pratica.
Un punto critico è che questo sistema non si attiva automaticamente. L’assenza di una procedura standardizzata lascia spazio a passaggi burocratici spesso complessi: modulistica da compilare, certificazioni da produrre e documentazione da inviare (talvolta esclusivamente tramite Posta Elettronica Certificata). In alcuni casi, si arriva a richiedere al paziente di dimostrare formalmente all’ASL di non aver potuto effettuare la prestazione richiesta proprio perché l’ente non era in grado di garantirla nei tempi previsti.
