La violenza sulle donne è una questione di salute pubblica

Non solo un problema sociale o giudiziario: la violenza produce morte, malattia e disabilità. «Riconoscerla come emergenza sanitaria è il primo passo per prevenirla, intercettarla e ridurne l’impatto sul sistema di cura e sulla società», spiega Cristina Ranzato
Non solo un problema sociale o giudiziario: la violenza produce morte, malattia e disabilità. «Riconoscerla come emergenza sanitaria è il primo passo per prevenirla, intercettarla e ridurne l’impatto sul sistema di cura e sulla società», spiega Cristina Ranzato

La violenza sulle donne non è solo un’emergenza sociale, ma anche una vera e propria problematica di salute pubblica. Essa, infatti, produce delle conseguenze profonde e durature sulla salute, sia individuale che collettiva. Un fenomeno strutturale, diffuso e in larga parte sommerso, che incide sul carico di malattia, sui costi sanitari e sulla sostenibilità dei sistemi di cura.

La violenza come determinante di salute

«Non è soltanto una questione sociale – spiega Cristina Ranzato, Biologo, Genetista, PhD, dell’Azienda Ospedale Università Padova – perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel World Report on Violence and Health del 2002, ha formalmente riconosciuto la violenza come priorità di salute pubblica globale, definendola come “uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o effettivo, contro sé stessi, un’altra persona o un gruppo o comunità, che comporta o ha un’alta probabilità di comportare lesioni, morte, danni psicologici, malformazioni o privazioni».

«La violenza è una condizione patologica collettiva, capace di produrre malattia, disabilità e morte al pari di altre grandi cause di morbilità prevenibili» prosegue. «È una determinante sociale di salute che incide direttamente sul benessere fisico, mentale e relazionale delle persone e, indirettamente, sulla stabilità e sulla sostenibilità dei sistemi sanitari e sociali».

Le conseguenze sanitarie della violenza

«L’impatto della violenza di genere sulla salute è ampio e documentato – spiega Ranzato – e comprende traumi, infezioni, disabilità, dolore cronico, disturbi cardiovascolari, disfunzioni immunitarie, disturbi d’ansia, depressione, abuso di sostanze, disturbo post-traumatico da stress, fino a esiti letali e suicidari».

E le conseguenze non si fermano alla vittima diretta. «Le ripercussioni si estendono oltre la vittima, generando impatti transgenerazionali: i bambini esposti a contesti violenti presentano maggior rischio di difficoltà cognitive, disturbi comportamentali e riproduzione di modelli relazionali violenti in età adulta. In questa prospettiva, la violenza riguarda tutte le fasce di popolazione e rappresenta un problema di salute pubblica universale».

Perché la violenza contro le donne è centrale

Secondo l’OMS, oltre una donna su tre nel mondo subisce nel corso della vita violenza fisica o sessuale da parte del partner o di terzi. «Questo è un dato che ne conferma la portata epidemiologica e che evidenzia la funzione di indicatore sensibile della salute e dell’equità di una società. La violenza sulle donne, infatti, ha una doppia valenza: da un lato, è questione di salute pubblica, perché genera un carico di malattia e di sofferenza misurabile e prevenibile; dall’altro, è specchio delle disuguaglianze di genere e delle condizioni strutturali che perpetuano vulnerabilità, dipendenza economica e silenzio».

Un fenomeno ancora sottostimato dal sistema sanitario

«L’impatto della violenza sul sistema sanitario resta profondamente sottostimato – così Ranzato – perché gran parte dei casi rimangono non denunciati, non riconosciuti e non registrati. Le persone che subiscono violenza si presentano spesso ai servizi con sintomi comuni, come dolori cronici, disturbi gastrointestinali, insonnia, ansia, depressione, che vengono trattati come patologie isolate, senza indagare la possibile origine violenta».

Inoltre, il riconoscimento precoce della violenza è ancora insufficiente. «Molti operatori sanitari incontrano quotidianamente persone vittime di violenza senza identificarle come tali, per mancanza di formazione specifica, tempo clinico, strumenti di indagine o percorsi condivisi. Eppure, medici, infermieri e ostetriche hanno un ruolo centrale, perché rappresentano il primo contatto con la rete istituzionale e possono trasformare una visita clinica in occasione di protezione e prevenzione. I segnali esistono, clinici, comportamentali e relazionali, e se letti insieme, devono attivare un sospetto clinico fondato».

Dalla frammentazione alla presa in carico integrata

«Il sistema sanitario, pur essendo il primo punto di contatto con le vittime, soffre di limiti strutturali – prosegue ancora Ranzato – tra cui assenza di percorsi standardizzati e obbligatori, carenza di personale formato e dedicato, mancanza di spazi di ascolto protetto e scarsa integrazione tra ospedale, territorio e centri antiviolenza».

«La risposta efficace passa da un modello integrato, multidisciplinare e continuo, perché non si tratta solo di curare ferite fisiche, ma di accompagnare la persona nella ricostruzione della salute, della sicurezza e dell’autonomia. Interrompere il ciclo della violenza richiede un’azione coordinata, perché la violenza è un fenomeno complesso e sistemico che richiede una rete integrata tra sanità, servizi sociali, giustizia, scuola e comunità. È il whole-of-society approach promosso dall’OMS, in cui la salute pubblica diventa il risultato della cooperazione tra tutti i settori».

«Restano però barriere culturali e strutturali: stereotipi, minimizzazione del fenomeno, carenze organizzative. Per questo serve un cambiamento culturale sistemico, fondato su formazione continua, comunicazione etica e responsabilità condivisa. Perché la violenza – conclude – non è solo un crimine o un dramma umano, ma una patologia sociale prevenibile»

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di Bernardino Ziccardi

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