Nel nostro paese è in atto un acceso dibattito l’introduzione della figura dell’assistente infermiere come risposta alla grave carenza di personale infermieristico nel Servizio Sanitario Nazionale. Infatti, in Italia mancano oltre 100.000 infermieri, con una densità di poco più di 6 infermieri ogni 1.000 abitanti, rispetto a standard molto più elevati in altri Paesi europei che vedono ben oltre il doppio degli infermieri. Una criticità strutturale che incide sulla qualità dell’assistenza, sull’accesso alle cure e sulla sostenibilità del sistema.
Eppure, «mentre il Servizio Sanitario Nazionale annaspa tra carenze croniche e fughe di massa, la risposta delle istituzioni rischia di essere una toppa peggiore del buco. Non è una soluzione, ma un pericoloso “sanità al ribasso”: 500 ore di corso contro anni di università, responsabilità cliniche affidate a chi non ha gli strumenti per gestirle e un vuoto normativo che espone tutti a rischi legali». Walter De Caro, Presidente Nazionale della Consociazione Nazionale Associazioni Infermieri (CNAI), lancia l’allarme rosso: «stiamo sostituendo professionisti laureati con figure low-cost, violando le direttive europee e minando le fondamenta stesse dell’assistenza».
L’assistente infermiere è stato presentato dalla Conferenza Stato-Regioni come una figura di supporto e di interesse sanitario, chiamata a svolgere attività assistenziali considerate a “bassa complessità” sotto la supervisione dell’infermiere. Al centro delle critiche di associazioni di settore, sindacati e professionisti singoli hanno sollevato numerose criticità.
Quelle indicate da De Caro spaziano dalla formazione significativamente ridotta rispetto a quella infermieristica, all’assenza di un chiaro inquadramento ordinistico e assicurativo e il rischio concreto di una progressiva sostituzione del personale infermieristico con una figura meno qualificata e meno tutelata. In aggiunta, il dibattito si colloca in un quadro europeo che attribuisce grande rilevanza agli standard formativi e alla responsabilità professionale degli infermieri, riconosciuti come professionisti sanitari autonomi e centrali nei percorsi di cura.
Dott. De Caro, Il CNAI di preciso cosa critica di questa figura?
«Noi abbiamo iniziato a criticare questa figura ben prima che fosse istituita, quando era ancora solo una supposizione avanzata da alcuni. Successivamente abbiamo visto concretizzarsi questa misura, con la sua approvazione avvenuta nell’ottobre 2024. Prima che il provvedimento fosse approvato abbiamo promosso una nota presso la Federazione Europea delle Associazioni Infermieristiche e avviato una raccolta firme che ha raggiunto circa 18.000 adesioni contro l’istituzione di questa figura».
«Ciò che critichiamo è questo: in una situazione di carenza infermieristica drammatica in Italia la soluzione individuata è quella di trasferire responsabilità a una figura ibrida, meno formata e meno retribuita, ovvero l’assistente infermiere, tutele e pericolosa per la sicurezza delle cure. Questo avviene in un momento in cui la professione infermieristica soffre già di una forte perdita di attrattività e in cui si innesta anche il problema dell’esercizio in deroga delle professioni sanitarie. Questo, infatti, è previsto fino al 2029, con professionisti dalla formazione non sempre chiara o non riconosciuta in Italia. Questi professionisti non sono riconosciuti dal Ministero della Salute né iscritti agli ordini professionali».
Perché l’assistente infermiere non è effettivamente un infermiere?
«La direttiva europea, con gli aggiornamenti successivi, stabilisce che l’infermiere responsabile dell’assistenza generale debba essere formato attraverso almeno 4.600 ore. Qui, invece, numerose attività dalla sommistrazione dei farmaci, gestione delle stomie all’esecuzione dell’elettrocardiogramma, sono delegate a una figura con circa 500 ore di formazione, in parte anche online. Parliamo quindi di meno dell’11% del percorso formativo dell’infermiere».
«Dietro le formule “supervisione” e “bassa complessità” si nasconde in realtà il trasferimento di competenze e attività infermieristiche verso una figura che infermiere non è. Storicamente, l’operatore socio-sanitario svolgeva attività di tipo domestico-alberghiero, mentre l’infermiere esercitava pienamente la propria professione clinica. Ora l’assistente-infermiere assorbe parte delle attività infermieristichesui pazienti indicati nel provvedimento come meno complessi, entrando nel perimetro della professione senza averne competenze, titoli e formazione adeguati».
«Riteniamo quindi che vi sia una violazione della direttiva europea sulla formazione, dell’articolo 168 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, e dei principi di certezza del diritto. L’assistente infermiere, a differenza dell’infermiere, non ha possibilità di mobilità europea: l’infermiere italiano può lavorare in tutti gli Stati membri, questa figura no, perché è riconosciuta solo dallo Stato italiano. Al momento, peraltro, non risultano nemmeno ancora avviati formalmente i corsi».
Quando dovrebbe entrare effettivamente in funzione l’assistente infermiere?
«Secondo il documento firmato dalla Conferenza Stato-Regioni con il supporto di FNOPI e Agenas, l’implementazione è prevista nel corso del 2026. Ci sono però numerose criticità già emerse, legate alla formazione e alle differenze regionali, perché il framework lascia ampio margine di autonomia alle Regioni, come avviene già per l’operatore socio-sanitario».
«In ogni caso, il 2026 dovrebbe essere l’anno di avvio. Nel frattempo, sono in corso un reclamo a livello europeo, promosso da noi, dalla UIL, e da altre entità istituzionali e società scientifiche, e un ricorso al TAR presentato dal sindacato Nursing Up, sostenuto oltre che da noi anche da altri sindacati e società scientifiche».
In una sua nota di settembre parla anche di possibili contenziosi legali legati a questa figura: perché?
«Il contenzioso nasce dal fatto che questa figura, di interesse sanitario andrà a svolgere funzioni proprie di una professione sanitaria, ma non è riconosciuta come tale. In Italia la responsabilità professionale è riconosciuta ai professionisti sanitari dalla legge Gelli-Bianco. L’assistente infermiere non rientra né nei sistemi assicurativi né in quelli di tutela ordinistica e deontologica, non essendo iscritto ad albi o ordini e non possedendo un titolo adeguato».
«Inoltre, si aggiungono i problemi legati all’attribuzione di competenze e all’eventuale delega da parte dell’infermiere. Esiste quindi un vero e proprio vuoto normativo, che è stato riconosciuto anche nel dibattito sul provvedimento n. 2700 attualmente in esame alla Camera, relativo alla responsabilità professionale e alla valorizzazione delle professioni sanitarie».
«Un altro problema è l’inserimento di una figura intermedia all’interno di uno skill mix efficace. Se, come viene affermato, questa figura non sostituisce gli infermieri, allora dovrebbe essere aggiuntiva rispetto a essi, con funzioni chiaramente diverse. Ma se sostituisce gli infermieri, il rischio è la perdita di posti di lavoro e di competenze professionali».
«Infine, se l’assistente infermiere lavora solo sotto supervisione infermieristica, come si garantisce questa supervisione in contesti come le RSA o l’assistenza domiciliare? È evidente che il quadro di responsabilità non è definito e si basa su continui rimandi a deleghe e attribuzioni».
Qual è il pensiero della CNAI sulle nuove lauree infermieristiche? Rappresentano un elemento che può aumentare l’attrattività della professione infermieristica agendo sul versante della formazione?
«Rispondo partendo dal nostro punto di vista, che è quello della Federazione Europea degli Infermieri, del Forum Europeo degli Infermieri e delle Ostetriche e del Consiglio Internazionale degli Infermieri. Esistono tre livelli di assistenza infermieristica: l’infermiere generalista, l’infermiere specialista e l’infermiere di pratica avanzata. In Italia si è deciso di fermarsi al livello dell’infermiere specialista, introducendo nuove lauree magistrali cliniche».
«In precedenza, in Italia esisteva ed esiste una sola laurea magistrale a indirizzo prevalentemente formativo, manageriale e organizzativo. Ora, almeno sulla base dei comunicati stampa perché il documento finale non lo abbiamo ancora visto, si parla da circa tre anni di queste nuove lauree cliniche. Invece di puntare sull’infermiere di pratica avanzata, cioè un infermiere con un campo d’azione più ampio con la possibilità di estendere ed espandere il campo di attività dell’assistenza infermieristica, si è scelto di incunearsi in tre specializzazioni: terapia intensiva, cure primarie e assistenza sanitaria primaria, e cure pediatriche».
«Per quanto riguarda l’area pediatrica, va ricordato che esisteva già un corso di laurea triennale in infermieristica pediatrica e un master di primo livello. Questi due percorsi verosimilmente verranno superati per arrivare a un infermiere pediatrico con un titolo quinquennale. Questo sembra delineare e comporterà che, nel tempo, nei reparti di pediatria avremo infermieri con laurea quinquennale, mentre in tutti gli altri reparti continueranno a operare infermieri con laurea triennale. Questo pone problemi contrattuali, normativi e di esercizio professionale».
E per le altre due aree?
«Vale lo stesso ragionamento. In Italia oggi abbiamo l’infermiere di famiglia formato con corsi regionali, l’infermiere di famiglia formato con master di primo livello e ora l’infermiere formato con laurea magistrale in cure primarie. Ma qual è il livello di esercizio professionale che cambia fra chi ha studiato tre o cinque anni? In tutte le lauree, se studio più a lungo, svolgo attività aggiuntive. Qui non è chiaro quale sia il valore professionale aggiunto o il livello di abilitazione supplementare previsto. Si parla, ad esempio, della prescrizione di presidi per incontinenza, stomie o simili, ma dal nostro punto di vista questo è un passaggio troppo limitato per quel livello di formazione».
«In altri Paesi europei, come in Spagna, infermieri con un titolo equivalente al nostro triennale prescrivono farmaci per la continuità assistenziale. In Gran Bretagna, con sei mesi di formazione aggiuntiva, gli infermieri prescrivono farmaci. Altrove anche altri professionisti sanitari, come i fisioterapisti e i farmacisti, prescrivono presidi e farmaci: lo stesso dovrebbe valere per gli infermieri».
«Se vogliamo garantire l’accesso alle cure e ridurre le liste d’attesa, è necessario ampliare la platea dei professionisti che possono prescrivere i farmaci. Tutte le evidenze dimostrano che la prescrizione da parte di infermieri e farmacisti non compromette la sicurezza delle cure, se supportata da una formazione adeguata».
«Il problema è capire qual è l’atto professionale in più del laureato magistrale. Il percorso triennale più la laurea magistrale supera le 5.500 ore della laurea in medicina. Eppure, non sappiamo ancora con chiarezza cosa faranno esattamente questi professionisti. Corsi regionali, master di primo livello, lauree magistrali: a ogni livello dovrebbe corrispondere un ambito di esercizio chiaro, altrimenti si crea confusione, come sta già accadendo. Un altro tema riguarda i docenti: ne abbiamo di sufficientemente preparati per sostenere un esercizio professionale realmente differenziato?»
Dovremmo quindi cambiare modello?
«Dal nostro punto di vista, il modello corretto è quello adottato in altri Paesi: infermiere generalista, infermiere specialista con master di primo livello, per le competenze esperte nei settori clinici, e infermiere di pratica avanzata, oltre alla presenza infermieristica diffusa in ambito organizzativo fino all’ambito strategico Bisognerebbe avere competenze estese, soprattutto sul territorio, garantendo la continuità assistenziale, anche attraverso la prescrizione farmacologica, ad esempio per la gestione delle cronicità come il diabete».
«L’infermiere di pratica avanzata potrebbe anche esercitare un ruolo di direzione clinica-organizzativa negli ospedali di comunità come avviene nel Regno Unito. Questo è il modello, ad esempio, adottato in Svizzera e negli Stati Uniti oltre alla Gran Bretagna. Per la pratica avanzata, ampliando il campo di autonomia, la specializzazione viene dopo, non prima: prima si ampliano le competenze generali, poi eventualmente ci si specializza in ambiti specifici come il Nurse Practitioner, in ambito famiglia e comunitario o in ambito oncologico o di cure palliative».
«Al momento, comunque, di queste nuove lauree non abbiamo ancora visto il testo ufficiale. Nella proposta di legge delega in Parlamento abbiamo chiesto che non restino solo titoli formativi, ma siano collegate a una reale valorizzazione economica e contrattuale della professione. Dal nostro punto di vista, quindi, non è lo sviluppo che ci aspettavamo. Ci attendevamo un percorso più concreto e strutturato».
Tornando alla figura dell’assistente infermiere, qual è la proposta del CNAI?
«La nostra proposta è innanzitutto quella di fermare l’attuale sistema e avviare una riflessione condivisa con le parti sociali, quindi sindacati e associazioni tecnico-scientifiche. Occorre rivedere le attività attribuite a questa figura, cambiare la denominazione e ricondurla a un’evoluzione coerente delle figure di supporto, tenendo conto anche del punto di vista degli operatori socio-sanitari».
«Il problema visibile non è far evolvere le figure di supporto, ma evitare di comprimere il perimetro della pratica infermieristica. Sono due approcci filosoficamente diversi ma complementari a un servizio sanitario efficiente».
Infine, vuole commentare il fatto che Federfarma ha escluso i professionisti sanitari non prescrittori dai suoi convegni?
«È una questione che seguiamo da alcuni mesi. Stiamo lavorando con più associazioni per sensibilizzare le istituzioni affinché questa scelta venga superata. Riteniamo che tutti i professionisti sanitari debbano poter lavorare insieme per migliorare l’assistenza e la qualità delle cure ed escludere alcune professioni è una scelta che giudichiamo non corretta».
