Il governo ha presentato un emendamento al decreto “Milleproroghe” che posticipa fino al 31 dicembre 2026 la possibilità, per Aziende Sanitarie Locali e strutture del Servizio Sanitario Nazionale, di trattenere o richiamare in servizio il personale sanitario già in pensione, fino al compimento del 72esimo anno di età. La misura è pensata come risposta temporanea alla carenza di medici ed infermieri che continua ad affliggere il Sistema Sanitario Nazionale, sia nei grandi centri che nelle periferie, dove si registrano unità operative particolarmente sottorganico.
Restano esclusi i docenti universitari
Alle aziende del Servizio Sanitario Nazionale viene dunque consentito di chiamare in servizio dirigenti medici e operatori sanitari oltre il limite di pensionamento di 65 anni e fino all’età di 72 anni. Inoltre, la norma conferma la possibilità di riammettere personale medico, veterinario, sanitario e operatori sociosanitari collocati in quiescenza a partire dal primo settembre 2023, purché, anche loro, non abbiano più di 72 anni. Dal lato degli operatori, i professionisti che aderiscono alla possibilità di essere chiamati dovranno scegliere se mantenere il trattamento pensionistico o percepire la retribuzione prevista per il nuovo incarico.
Resta esclusa dalla misura la categoria dei docenti universitari. Una clausola dell’emendamento, infatti, in riferimento ai docenti che svolgono attività assistenziali in medicina e chirurgia, prevede che i docenti non possano beneficiare della proroga e, dunque, della riammissione in servizio oltre l’età pensionistica.
Una misura solo temporanea
L’intervento contenuto nell’emendamento risponde alla necessità di formare il nuovo personale sanitario e di fronteggiare la carenza di medici e infermieri nei reparti e nelle strutture sanitarie. Il governo, inoltre, ha assicurato che la proroga non comporta nuovi costi per la finanza pubblica perché il richiamo di medici e personale sanitario avviene nei limiti di bilancio già previsti.
La possibilità di contare su professionisti esperti, disponibili a restare in servizio oltre i limiti tipici di pensionamento, è vista da alcune Regioni e operatori solo come un tampone alle difficoltà di reclutamento e come un modo per garantire la continuità delle cure, soprattutto nei reparti dove si registrano le maggiori criticità. Infatti, l’emendamento permette di rispondere in modo immediato alla carenza di personale e di mantenere attivi i servizi sanitari essenziali, ma non risolve la questione.
