Medici: quanti ne servono davvero?

Versioni discordanti, danni già visibili e un diritto costituzionale compresso: il caso del numero chiuso a medicina secondo l'ANDU

Il dibattito sull’accesso alle facoltà di medicina torna periodicamente al centro dell’agenda politica e accademica italiana, spesso con posizioni inconciliabili che riflettono visioni profondamente diverse del diritto allo studio e della pianificazione sanitaria. Da un lato chi sostiene la necessità di governare i flussi formativi per evitare squilibri nel mercato del lavoro medico, dall’altro chi considera ogni forma di sbarramento una limitazione incostituzionale di un diritto fondamentale.

In questo quadro si inserisce la posizione dell’Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU), associazione che da tempo porta avanti una critica strutturata al numero chiuso, e il cui rappresentante Nunzio Miraglia, Coordinatore Nazionale ANDU, offre una lettura netta e documentata delle criticità del sistema attuale. Il punto di partenza è il confronto ampio e produttivo avuto a Welfair, fiera del fare Sanità, che ha visto convergere posizioni diverse su una critica comune al modello in vigore, definito dannoso per decine di migliaia di studenti.

I limiti della programmazione e il diritto allo studio

Al cuore del pensiero di Miraglia c’è una questione di metodo prima ancora che di merito: la possibilità stessa di prevedere con affidabilità il fabbisogno di medici a distanza di un decennio. La medicina cambia rapidamente, le specializzazioni si moltiplicano e si trasformano, i contesti organizzativi evolvono in modo difficilmente anticipabile. Pretendere di stabilire oggi quanti medici serviranno tra undici anni è, in questa prospettiva, non solo un errore di valutazione ma una presunzione che la storia recente ha già smentito, come dimostra la carenza di professionisti in settori specifici. A questo si aggiunge la dimensione dei diritti: la scelta del percorso universitario, medicina compresa, rientra nel diritto allo studio garantito dalla Costituzione, e qualsiasi forma di sbarramento si pone in tensione con questo principio. La riflessione allarga infine lo sguardo alle conseguenze concrete di un sistema che, nel tentativo di programmare, ha prodotto distorsioni anziché equilibrio.

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di Tommaso Vesentini

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