L’obesità continua a rappresentare una delle principali sfide sanitarie a livello globale. L’Organizzazione mondiale della sanità la definisce una “pandemia non trasmissibile” che coinvolge oltre un miliardo di persone nel mondo. In Italia riguarda circa 6 milioni di individui, pari a circa il 12% della popolazione, mentre il 47% degli adulti risulta in sovrappeso.
Il problema interessa anche la popolazione più giovane: nel Paese quasi un bambino su tre presenta un eccesso di peso. Nonostante tre italiani su quattro riconoscano che il sovrappeso costituisce un rischio per la salute, solo il 2,7% della popolazione si definisce obeso, evidenziando un divario tra percezione personale e dati epidemiologici.
L’aderenza alle cure resta una delle principali criticità
Uno degli ostacoli più rilevanti nella gestione dell’obesità riguarda la continuità dei percorsi terapeutici. Secondo dati pubblicati sulla rivista scientifica Obesity Reviews, circa un paziente su due interrompe il trattamento entro il primo anno. Gli specialisti sottolineano come la gestione della malattia richieda un approccio progressivo e adattabile nel tempo. L’obesità viene ormai considerata una condizione cronica che necessita di strategie terapeutiche continuative e integrate, capaci di affrontare non solo gli aspetti metabolici ma anche quelli comportamentali e psicologici.
Proprio la dimensione psicologica emerge con particolare evidenza in una indagine della Società italiana di neuropsicofarmacologia condotta in sei regioni italiane. Dallo studio risulta che il 17% dei pazienti seguiti dai servizi di salute mentale presenta obesità, contro circa il 10% della popolazione generale. La differenza è ancora più marcata tra i giovani tra 18 e 34 anni: il 13,7% tra chi è in cura nei servizi di salute mentale, rispetto al 5,5% della popolazione coetanea. Numerose ricerche indicano infatti che le persone con disturbi depressivi, bipolari o schizofrenia hanno un rischio più elevato di sviluppare sovrappeso e obesità.
L’emergenza dell’obesità infantile
L’eccesso di peso in età pediatrica continua a rappresentare una delle principali emergenze di salute pubblica. Secondo i dati del sistema di sorveglianza OKkio alla Salute dell’Istituto superiore di sanità, il 29,7% dei bambini italiani presenta un eccesso ponderale: il 19% è in sovrappeso, il 10,7% obeso e il 2,1% soffre di obesità grave. Sebbene negli ultimi anni si registri una lieve riduzione delle percentuali, i valori restano tra i più alti in Europa. Nei centri specializzati aumentano inoltre le richieste di assistenza: all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma si registrano ogni anno circa 1.700 accessi ambulatoriali e circa 1.000 day hospital per bambini e adolescenti con eccesso di peso, tra cui circa 200 casi legati a forme genetiche o secondarie.
L’obesità in età pediatrica non riguarda esclusivamente il peso corporeo. Spesso si associa a disturbi del sonno, difficoltà nella regolazione emotiva e comportamentale e a una riduzione della qualità di vita. In alcuni casi compaiono anche alterazioni della composizione muscolare, con il rischio di obesità sarcopenica, caratterizzata dalla coesistenza di eccesso di massa grassa e riduzione della massa o della funzionalità muscolare.
Intervenire precocemente tra i 6 e gli 11 anni
Proprio per affrontare queste problematiche, l’ospedale pediatrico Bambino Gesù ha sviluppato il progetto di ricerca Resilient, finanziato dall’Unione europea attraverso fondi del Pnrr e realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa e con l’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno.
Lo studio ha coinvolto 120 bambini tra i 6 e gli 11 anni con sovrappeso o obesità, una fascia di età considerata particolarmente rilevante perché il cervello è ancora in una fase di elevata plasticità. In questo periodo della crescita è possibile intervenire sui meccanismi che regolano appetito, sazietà e consumo energetico, con la prospettiva di correggere in modo duraturo le alterazioni metaboliche. Il progetto ha previsto un percorso multidisciplinare della durata di cinque mesi, con il coinvolgimento di endocrinologi, nutrizionisti, psicologi, neuropsicologi, chinesiologi, infermieri, biologi e biostatistici.
Un approccio multidisciplinare che coinvolge anche le famiglie
Il programma terapeutico ha integrato educazione alimentare, attività fisica strutturata, promozione di stili di vita salutari e partecipazione attiva dei genitori. Nelle prime otto settimane i bambini hanno seguito due o tre incontri settimanali online con nutrizionista, psicologo e specialista dell’attività fisica, seguiti da una fase di consolidamento meno intensiva. Una parte dei partecipanti ha inoltre preso parte a un training cognitivo computerizzato con esercizi mirati a potenziare attenzione e memoria. Questo elemento ha mostrato benefici aggiuntivi, in particolare sul sonno e sulla capacità di autoregolazione.
Secondo i risultati dello studio, il percorso ha determinato miglioramenti in diversi ambiti: composizione corporea, peso, forza muscolare, parametri metabolici, controllo della fame, qualità del sonno e aspetti comportamentali. Anche alcune abilità cognitive, come memoria e capacità di autoregolazione, hanno mostrato progressi durante il trattamento.
