Regione Lazio e MMG: manca l’accordo su come applicare il DM77

Ecco cosa dice l’intersindacale sulla riforma territoriale DGR 1216/2025: interpretazione del concetto di prossimità, assistenza alle cronicità e il ruolo degli spoke tra i principali elementi del contendere
Ecco cosa dice l’intersindacale sulla riforma territoriale DGR 1216/2025: interpretazione del concetto di prossimità, assistenza alle cronicità e il ruolo degli spoke tra i principali elementi del contendere

La DGR 1216/2025 della Regione Lazio si propone come l’attuazione regionale del DM 77/2022 e del PNRR, con l’obiettivo dichiarato di evolvere verso una sanità moderna, capillare e digitalizzata. Tuttavia, da un’analisi più approfondita, evidenziata anche dal documento dell’Intersindacale della Medicina Generale, il modello organizzativo delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) rivela una potenziale deriva verso una “centralizzazione burocratica“, dove l’efficienza dei flussi informatici e la saturazione delle strutture fisiche (Hub) sembrano prevalere a scapito della reale efficacia clinica e sulla prossimità delle cure.

Il pilastro organizzativo del nuovo modello delle AFT

Le AFT non sono più intese come semplici aggregazioni di medici, ma come articolazioni distrettuali obbligatorie. Questi sono i suoi criteri logistici e di dimensionamento:

  • Target Demografico: un bacino standard di 30.000 residenti (popolazione >14 anni), con flessibilità del ±30% per adattarsi alle eterogeneità del Lazio (dalle aree metropolitane alle zone interne);
  • Rapporto MMG/Utenza: il modello è tarato su 1 medico ogni 1.200 assistiti, imponendo una ridefinizione dei carichi di lavoro;
  • Georeferenziazione: gli studi medici sono “mappati” e vincolati funzionalmente alle Case della Comunità (CdC) di riferimento;
  • Impegno Orario: ogni medico è tenuto a garantire circa 3 ore settimanali di attività oraria all’interno delle strutture AFT/CdC per assicurare la copertura feriale h12.

 Il quadro nazionale vs modello AFT Lazio vs criticità dell’intersindacale

Il confronto tra le diverse visioni evidenzia scollamenti significativi tra la norma nazionale, l’attuazione regionale e la percezione dei professionisti.

TemaQuadro Nazionale (DM 77 & ACN 2024)Modello Regione Lazio (DGR 1216/2025)Criticità Intersindacale (Sindacati Medici)
GovernanceCoinvolgimento dei professionisti.Elaborazione interna ASL/Regione (Gruppo di Lavoro).Mancanza di approvazione formale; modello “illustrato” ma non condiviso.
Supporto OrganizzativoValorizzazione del personale di studio.Tetto rigido di 12€ per assistito/anno per segreteria/infermiere.Risorse insufficienti per la complessità della cronicità moderna.
Dimensionamento AFTBacino di utenza di norma di 30.000 abitanti; 1 MMG ogni 1.200 residenti.Adottato il criterio di 30.000 abitanti (±30% per aree disagiate).Sottostima l’impegno clinico/organizzativo; criticità nel tetto di 12€/paziente per supporto.
AccessibilitàProssimità e capillarità delle cure: modello Hub& Spoke centrale per l’accesso ai serviziFocus su CdC Hub (h24); Spoke solo h12 (6/7).Centralizzazione dei servizi e rischio di “desertificazione” delle aree periferiche con svuotamento degli Spoke ridotti a “muri vuoti” senza contenuti reali.
Diagnostica 1° LivelloRafforzamento dei servizi territoriali per ridurre pressione ospedaliera.Funzione delle AFT in CdC Hub: ECG, spirometrie, eco base; diagnostica facoltativa/ assente negli Spoke..Assenza di strategia strutturata; attività delegate / “appaltate” alle farmacie fuori AIR e quindi senza integrazione clinica (rischio frammentazione)
DigitalizzazioneCondizione irrinunciabile per l’accesso alla convenzione: FSE come strumento clinico.Obbligo di inserimento dati in tempi strettissimi (Cooperazione Applicativa) e inserimento profili nel FSESottovalutazione dei tempi clinici; mancanza di formazione e rischi medico-legali.

La questione della “prossimità mancata” e valutazione dei rischi sistemici

Il punto di rottura tra la visione della Regione Lazio e quella dell’intersindacale risiede nell’interpretazione del concetto di prossimità. Il passaggio dal “medico di fiducia” al “medico di struttura” comporta criticità e pericoli che vanno oltre le rivendicazioni sindacali:

  • Centralizzazione vs Capillarità: Mentre il DM 77 promuove la capillarità, la DGR 1216/2025 concentra i servizi “pesanti” (H24 e diagnostica) quasi esclusivamente negli Hub. L’Intersindacale denuncia un effetto “aspirapolvere” verso il centro (HUB);
  • Svuotamento degli Spoke: Poiché diagnostica e punto prelievi sono solo facoltativi negli Spoke, queste strutture rischiano di non offrire servizi reali, costringendo i cittadini fragili a lunghi spostamenti verso gli Hub, creando così cittadini di serie A (vicini agli Hub) e di serie B (residenti in aree Spoke) e scoraggiando, di fatto, la prevenzione;
  • Dal Medico di Famiglia al “Medico di Struttura”: L’obbligo di prestare servizio nelle CdC (circa 3 ore/settimana) sottrae tempo prezioso allo studio di quartiere, minando l’autonomia del medico;
  • La “Medicina per obiettivi”: Gli indicatori della bozza di AIR (p. 3) premiano la “deprescrizione” farmaceutica. Il rischio è una sanità guidata dal budget anziché dall’appropriatezza clinica, dove il medico è incentivato a ridurre i costi piuttosto che ottimizzare le cure;
  • Silos Informativi: L’affidamento di screening e diagnostica alle farmacie territoriali crea dati che spesso non confluiscono nel diario clinico del MMG, impedendo una visione olistica del paziente.

Impatto sulla gestione della cronicità (diabete, ipertensione, BPCO)

L’impatto della riforma sulla gestione delle patologie croniche, quali diabete, ipertensione e BPCO, rappresenta uno dei nodi più critici del confronto tra Regione e sindacati. L’incrocio tra i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) definiti dalla DGR 1216/2025 e gli indicatori previsti dall’Accordo Integrativo Regionale (AIR) evidenzia il rischio concreto che la cura del paziente si trasformi in un mero esercizio burocratico. La redazione obbligatoria dei Piani Assistenziali Individuali (PAI) in formato digitale, ad esempio, rischia di ridursi a un adempimento formale finalizzato al solo raggiungimento di “punteggi” economici, specialmente in assenza di personale di supporto sufficiente a garantire un reale follow-up domiciliare.

Un ulteriore elemento di criticità è il “paradosso dello Spoke”: poiché la diagnostica è facoltativa nelle sedi periferiche, il monitoraggio di routine diventa estremamente gravoso per l’utente, aumentando il pericolo di riacutizzazioni e ricoveri impropri. Si profila così una “medicina per obiettivi” in cui target numerici, come la deprescrizione farmaceutica, potrebbero orientare le scelte terapeutiche verso logiche di budget anziché di appropriatezza clinica, minando l’autonomia del medico e la qualità del tempo dedicato all’educazione terapeutica del paziente.

Inoltre, la gestione della cronicità complessa deve fare i conti con la saturazione delle Case della Comunità Hub, spesso congestionate da richieste a bassa complessità che sottraggono spazio alle visite multidisciplinari necessarie per i casi più gravi. La frammentazione dei dati, aggravata dal fluire di informazioni diagnostiche dalle farmacie senza un’integrazione immediata nel diario clinico del MMG, impedisce una visione d’insieme della patologia.

Indicatori clinici e rischi operativi

PatologiaIndicatore di Monitoraggio (AIR p. 3)Rischio Reale della Riforma
DiabeteControllo semestrale HbA1c Abbandono del monitoraggio per barriere logistiche e spostamenti forzati verso l’Hub.
IpertensioneAderenza terapeutica e target pressori Valutazione basata su flussi economici (vendita farmaci) anziché su rilievi clinici reali.
BPCOSpirometria periodica Carenza di macchinari e personale formato nelle sedi Spoke, con conseguente permanenza di lunghe liste d’attesa.

Il pericolo finale è che la medicina d’iniziativa venga soffocata dalla necessità di coprire turni orari nelle strutture centralizzate. Il cittadino rischia di perdere la personalizzazione della cura, trovandosi di fronte a un “medico di struttura” focalizzato sui dati a schermo piuttosto che sulla storia clinica individuale, compromettendo l’unica vera difesa contro l’aggravamento delle cronicità.

Il ruolo del referente AFT: un ingranaggio aziendale?

L’articolo 2.5 della DGR istituisce il Referente AFT, figura eletta dai medici della stessa aggregazione, assume funzioni di coordinamento, monitoraggio del raggiungimento degli obiettivi tramite indicatori trimestrali e raccordo con il Direttore di Distretto per la gestione dei servizi. Tuttavia, l’Intersindacale della Medicina Generale ha sollevato pesanti riserve su questo ruolo. Le criticità rilevate riguardano:

  • Eccessiva responsabilità burocratico-gestionale: Il monitoraggio di indicatori complessi (come i LEA) è percepito come un’attività prettamente burocratica che sottrae tempo prezioso all’attività clinica. La collaborazione con il Distretto pone il Referente in una posizione di intermediazione critica, spesso priva di reali poteri decisionali o supporti amministrativi;
  • Mancanza di un mandato clinico chiaro: Senza strumenti diagnostici strutturati nelle AFT e un mandato definito sulla gestione della cronicità, il ruolo rischia di restare puramente formale, coordinando una “cornice organizzativa” priva di contenuti sostanziali;
  • Sottostima dell’impegno e della formazione: Viene denunciata la mancata stima dell’impegno economico e clinico necessario per mansioni complesse come l’integrazione con il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE). Inoltre, i sindacati lamentano l’assenza della formazione specifica prevista e finanziata dal governo centrale;
  • Rischio di centralizzazione forzata: Il compito di raccordare i colleghi alle Case della Comunità Hub è visto come una spinta verso la centralizzazione, che rischia di allontanare il medico dallo studio territoriale e snaturare la medicina di prossimità.

In sintesi, per l’Intersindacale, il Referente AFT rischia di trasformarsi in un mero ingranaggio della macchina aziendale delle ASL. Il timore è che questa figura sia utilizzata per garantire il rispetto di parametri numerici e indicatori economici, come la controversa “deprescrizione” dei farmaci, a discapito dell’autonomia professionale e del rapporto fiduciario con l’assistito.

Analisi comparativa delle densità abitative

Il confronto tra il Distretto 6 (ASL Roma 2) e il Distretto 1 (ASL Roma 1) evidenzia come il modello AFT debba adattarsi a contesti urbani profondamente diversi.

Esempio Distretto 6 – ASL Roma 2 (Periferia e Alta Densità)

Caratterizzato da grandi quartieri popolari e aree in espansione.

  • AFT Borghesiana: 36 MMG attesi per 42.215 residenti;
  • AFT Torre Angela 1: 30 MMG attesi per 35.432 residenti;
  • Dinamica: Qui la sfida è la gestione di volumi massicci di utenza in poche strutture Hub centralizzate (Torrenova e Torricella Sicura).

Esempio Distretto 1 – ASL Roma 1 (Centro Storico e Dispersione)

Caratterizzato da un tessuto urbano antico, con residenti sparsi in zone a traffico limitato.

  • AFT Centro Storico: 22 MMG attesi per 25.535 residenti;
  • AFT Trastevere: 20 MMG attesi per 23.150 residenti;
  • AFT Celio: 19 MMG attesi per 22.499 residenti (inclusa Zona Archeologica).

Le differenze che emergono dal confronto sono:

  • Dimensione Media: Le AFT del Centro Storico (Distretto 1) tendono ad avere bacini di utenza più piccoli e vicini allo standard dei 20.000-25.000 abitanti, mentre in periferia (Distretto 6) si superano spesso i 35.000-40.000 residenti per singola aggregazione;
  • Accessibilità: Nel Centro Storico, la frammentazione delle zone (ZUR come “Esquilino 1”, “Celio”, “Testaccio”) rende più complessa la georeferenziazione degli studi rispetto alla CdC Hub (spesso unica, come Via Luzzatti per 52.000 persone);
  • Impatti sulla Prossimità: In periferia il problema è la distanza fisica (chilometri); nel centro storico il problema è l’accessibilità logistica (ZTL e mobilità), aggravando il rischio di “prossimità mancata” per i residenti anziani del cuore di Roma.

Impatti per fasce di popolazione e rischi per il sistema salute

Fascia di PopolazionePotenziali BeneficiPotenziali Rischi (secondo l’intersindacale)
Pazienti CroniciPiani assistenziali personalizzati (PAI) e monitoraggio proattivo.Perdita del rapporto di fiducia con il medico a causa di indicatori legati al budget.
Cittadini in aree HubAccesso h24 a servizi medici e infermieristici integrati.Sovraffollamento delle strutture centrali a discapito della prossimità.
Cittadini in aree SpokePresenza medica e infermieristica garantita h12.Riduzione dei servizi diagnostici e obbligo di spostamento verso gli Hub.
Soggetti FragiliDomiciliarità delle cure assistita da infermieri di famiglia (IFeC).Allontanamento dell’offerta sanitaria dal domicilio reale.

Se da un lato la riforma promette un sistema più integrato e digitale (secondo la visione della DGR 1216/2025), dall’altro l’Intersindacale avverte che la popolazione potrebbe percepire un allontanamento del medico di famiglia (MMG), trasformato in un “operatore di struttura” più attento agli indicatori burocratici che al contatto diretto con l’assistito. Al di là delle legittime rivendicazioni di categoria esposte dai Sindacati Medici, un’analisi tecnica e strutturale della Delibera 1216/2025 e della bozza di AIR Lazio 2026 rivela una serie di rischi sistemici che potrebbero impattare direttamente sulla qualità del Servizio Sanitario Regionale e sulla salute dei cittadini.

Tipologia di RischioDescrizione TecnicaConseguenza potenziale
SistemicoStrutture (CdC) senza mandato clinico o strumenti diagnostici certi.“Muri vuoti” e spreco di risorse PNRR.
ClinicoIndicatori premianti basati sulla deprescrizione di farmaci.Compromissione dell’appropriatezza prescrittiva per logiche di budget.
SocialeCentralizzazione dei servizi H24 solo negli Hub.Aumento delle disuguaglianze di salute tra centro e periferia.

Dalla prossimità alla struttura

Il rischio finale è la sostituzione della “medicina d’iniziativa” (fondata sul rapporto fiduciario e la conoscenza storica del paziente) con una “medicina di struttura”. In questo scenario, il cittadino si troverà di fronte a un sistema che valorizza la disponibilità fisica del medico in un Hub, ma ne neutralizza l’efficacia clinica attraverso carichi burocratici e vincoli di bilancio, trasformando la sanità territoriale in una “medicina di attesa” mascherata da innovazione tecnologica. L’impatto della riforma del modello delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) sulla popolazione del Lazio è al centro di una profonda divergenza tra la Regione Lazio, che punta a una sanità più moderna e digitalizzata, e i Sindacati Medici, che temono un peggioramento dell’accessibilità reale alle cure e molto probabilmente su questo hanno ragione.

Impatti sulla popolazione

Gli impatti previsti sulla popolazione riguardano:

  • Accessibilità e rischio di “desertificazione” delle aree periferiche: la scelta di imperniare le AFT sulle Case della Comunità Hub, concentrando esclusivamente in queste ultime i servizi a più alta intensità assistenziale (copertura H24, diagnostica di base) e i punti prelievi, genera uno squilibrio strutturale che rischia di vanificare l’efficacia della georeferenziazione. Tale modello determina un declassamento dei servizi di prossimità nelle aree servite dalle strutture ‘Spoke’, riducendo l’accessibilità reale rispetto alla capillarità degli attuali studi medici. Per i cittadini fragili o residenti in zone interne, la necessità di spostarsi verso l’Hub per prestazioni essenziali si trasforma in una vera e propria barriera geografica;
  • Efficacia operativa: senza una strategia strutturata e finanziata, il rischio è che la promessa di ridurre le liste d’attesa tramite la diagnostica territoriale rimanga un enunciato teorico;
  • Gestione della Cronicità e Prevenzione: anche la gestione della cronicità e la prevenzione, pur venendo ridefinite attraverso nuovi LEA che prevedono una partecipazione attiva a screening, campagne vaccinali e la stesura di Piani Assistenziali Individuali (PAI), si scontrano con il serio allarme dei cosiddetti “muri vuoti”. In assenza di un mandato clinico chiaro e di una reale dotazione strumentale nelle sedi periferiche, le Case della Comunità rischiano di restare contenitori vuoti;
  • Frammentazione della presa in carico e “silos” assistenziali: il modello organizzativo regionale corre il serio rischio di frammentare la presa in carico del paziente, creando “silos” assistenziali e compartimenti stagni anziché una rete fluida e integrata. Un punto critico è rappresentato dal potenziale conflitto di competenze con le farmacie territoriali: l’affidamento a queste ultime di esami diagnostici rischia di generare dati clinici dispersi e privi della necessaria supervisione del medico curante. Inoltre, si profila una pericolosa discontinuità tra il ciclo di scelta e l’attività oraria.

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di Marinella D'Innocenzo

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