Sanità pubblica, il prezzo della paura

Quando la burocrazia difensiva rallenta le cure, complica il lavoro dei medici e aumenta i costi per il SSN
Quando la burocrazia difensiva rallenta le cure, complica il lavoro dei medici e aumenta i costi per il SSN

Cartelle che si accumulano, firme che non arrivano, decisioni rinviate “per prudenza”. Nella sanità pubblica italiana la burocrazia difensiva è diventata una presenza silenziosa ma costante, capace di incidere sui tempi di cura, sull’organizzazione degli ospedali e sulla fiducia dei cittadini nel Servizio Sanitario Nazionale. Non si tratta di mala gestione né di illegalità diffuse. Spesso tutto è formalmente corretto. Ma è proprio qui il paradosso: il sistema funziona secondo le regole, mentre smarrisce il risultato.

Una strategia di sopravvivenza

La sanità è, per definizione, il luogo della decisione: clinica, organizzativa, gestionale. Ogni scelta, dalla terapia da prescrivere all’acquisto di un macchinario, dall’attivazione di un percorso assistenziale alla riorganizzazione di un reparto, comporta responsabilità molteplici. Negli ultimi anni, però, il peso di queste responsabilità ha prodotto un effetto collaterale sempre più evidente: meglio non decidere che decidere e sbagliare. È la logica della burocrazia difensiva, un atteggiamento che porta a moltiplicare passaggi, pareri, verifiche e documenti, con l’obiettivo non di curare meglio, ma di proteggersi.

La burocrazia difensiva non è il rispetto delle regole. È il loro uso distorto. Si manifesta quando una decisione viene rinviata per coprirsi, quando si chiedono pareri a catena per diluire la responsabilità, quando si privilegia la procedura rispetto all’esito per il paziente. In sanità questo significa liste d’attesa più lunghe, percorsi di cura frammentati, innovazione che fatica a entrare nella pratica quotidiana. Il fenomeno è noto come “paura della firma”. Dirigenti sanitari e responsabili di struttura operano spesso in un contesto in cui l’errore in buona fede è trattato come colpa, le responsabilità sono sovrapposte e il controllo ex post pesa più della valutazione delle condizioni operative.

In questo scenario, l’inerzia diventa la scelta più razionale. Ma in sanità l’inerzia non è mai neutra: ogni ritardo ha un impatto diretto sulla salute delle persone. La burocrazia difensiva non compare nei bilanci, ma produce costi enormi: organizzativi, economici, sanitari e sociali. È il cosiddetto “costo del non fare”, difficile da misurare ma devastante nel lungo periodo.

Come aiutare il personale sanitario

Negli anni, anche le politiche anticorruzione hanno contribuito, talvolta involontariamente, a irrigidire il sistema. Il sospetto sistematico verso la discrezionalità ha trasformato una risorsa necessaria in un rischio da evitare. Eppure, una sanità senza discrezionalità è una sanità che non funziona. Il nodo non è ridurre i controlli o abbassare le tutele, ma ristabilire un equilibrio tra responsabilità e fiducia. Un sistema che tratta ogni decisione come potenzialmente colpevole genera paralisi. Un sistema che distingue l’errore dall’abuso produce qualità.

Anche l’intelligenza artificiale promette di ridurre la “fatica dell’amministrare”, ma rischia di diventare un nuovo paravento difensivo se utilizzata per scaricare responsabilità. La tecnologia può aiutare, ma non può sostituire la responsabilità umana. Uscire dalla burocrazia difensiva in sanità significa semplificare davvero, proteggere chi decide in buona fede, valorizzare competenze e motivazioni, riportare il paziente al centro. Perché la burocrazia difensiva non è solo un problema amministrativo: è un problema di salute pubblica. E ogni giorno di indecisione ha un costo che il Paese non può più permettersi.

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di Enzo Chilelli

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