La salute visiva in Italia attraversa una fase critica. L’oculistica, da sempre una delle discipline più richieste dai pazienti, si trova ai margini del Sistema Sanitario Nazionale, penalizzata da anni di tagli e riorganizzazioni. Con gli ospedali che hanno progressivamente chiuso i reparti oculistici, i posti letto dedicati sono scomparsi e le liste di attesa per un intervento di cataratta superano i due anni.
Da qui la necessità di ripensare l’intero modello oculistico. Questo il tema della tavola rotonda “È possibile un nuovo modello per l’oculistica pubblica?” svoltasi durante Welfair, la Fiera del Fare Sanità. Come ricordato dagli esperti presenti, la vista è un bene sociale essenziale: «Un paziente cieco costa molto di più allo Stato rispetto a uno che viene curato per tempo» ha osservato Demetrio Spinelli, della Società Italiana di Oftalmologia Legale – FISM. Spinelli ha anche sottolineato come l’oftalmologia «abbia perso “la dignità” che aveva un tempo».
La crisi dell’oculistica
Secondo Filippo Cruciani, moderatore della tavola e Referente scientifico Fondazione IAPB Italia Ets – Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità, il problema nasce da una “malattia” del SSN stesso: «Il Servizio sanitario, che dovrebbe curare, oggi è ammalato. Negli ultimi decenni, la chiusura dei reparti oculistici, ritenuti costosi e poco produttivi, ha provocato la perdita di tutto ciò che ruotava attorno a essi: dalla presa in carico dei pazienti al pronto soccorso oculistico, fino alla continuità assistenziale territoriale».
«Le conseguenze sono tangibili» ha proseguito. «Il 10% degli italiani tra 45 e 65 anni rinuncia a curarsi, e secondo il Rapporto Censis 2025, il 77% della popolazione ha avuto un problema oculistico nell’ultimo anno. Eppure, i pronto soccorso oculistici sono ormai rari, e le urgenze visive vengono spesso declassate a “codici verdi”, poiché non considerate un pericolo alla vita».
Un modello più efficiente
Uno dei segni di malattia del Sistema Sanitario Nazionale è il problema di “efficientizzazione” delle risorse e del sistema stesso. «Bisogna lottare contro ogni spreco – ha spiegato Federico Marmo, Medico Oculista-. Potremmo avere grossi risultati se la politica gestionale fosse maggiormente attenta agli aspetti economici gestionali. Uno dei problemi – ha proseguito – è l’appropriatezza. Sono inappropriate diverse cose: ci sono tante prescrizioni, tanti ricoveri, tante terapie inutili, che, quindi, si traducono in sprechi. Bisognerebbe fare in modo che vengano utilizzate solo le risorse necessarie. I RAO, strumento di categorizzazione per consentire l’appropriatezza degli invii al pronto soccorso o in ospedale, sono un primo passo verso l’ottimizzazione».
«Ma non basta: servirebbe un approccio stile “modello inglese”. Nel Regno Unito, infatti, il medico di base non invia direttamente il paziente all’ospedale. Prima si passa da hub virtuali, dove i dati e le immagini cliniche vengono valutati da personale qualificato in contatto con gli specialisti oftalmologi. Solo i casi che necessitano realmente di un intervento vengono poi indirizzati alle strutture ospedaliere».
Per adottare questo modello anche in Italia, ha spiegato Marmo, serve:
- Creare punti di gestione territoriali digitali collegati agli ospedali;
- Implementare la telemedicina come strumento quotidiano di valutazione;
- Integrare algoritmi di intelligenza artificiale per la lettura preliminare dei dati clinici.
Un sistema di questo tipo permetterebbe di filtrare gli accessi non necessari, ridurre i tempi d’attesa e ottimizzare le risorse, oggi disperse in prescrizioni e ricoveri spesso inappropriati.
Diagnosi precoce e prevenzione
Il cambiamento e la ripresa dell’oculistica passano anche dalla diagnosi precoce e dalla prevenzione, fin dalla giovane età. «Non si può fare screening generale su tutta la popolazione, ma bisogna concentrarsi sulle sotto-popolazioni a rischio». così durante il dibattito Pier Franco Marino, Medico oculista, honorary fellow UniNa Federico II, Teaching Board member ESASO e Consigliere ASMOOI. «La prevenzione oculistica, insieme a una migliore alfabetizzazione sanitaria dei cittadini, rappresenta il primo passo per salvaguardare la vista e ridurre l’impatto economico e sociale della cecità. Coinvolgere anche i pediatri, sensibilizzare sull’importanza delle visite periodiche e dotare gli ambulatori di strumenti diagnostici hi-tech sono azioni imprescindibili per una sanità pubblica oftalmica più equa e sostenibile».
Fino a 102 giorni di attesa per una visita
«Oggi il 10% degli italiani, pari a circa 5,8 milioni di persone, rinuncia a curarsi – così Tiziano Melchiorre,Segretario Generale International Agency for the Prevention of Blindness Italian Branch Foundation – IAPB Italia ETS -. È un fenomeno che riguarda molte aree del Sistema Sanitario Nazionale, ma che colpisce con particolare forza l’oftalmologia. Qui le liste d’attesa interminabili e carenza di percorsi territoriali rendono spesso impossibile accedere a visite e controlli di base».
Non si tratta più di criticità isolate, ma di un malfunzionamento sistemico che spinge i cittadini verso il privato o, peggio, verso la rinuncia. In media, per chi prenota nel Servizio Sanitario Nazionale, l’attesa è di 102 giorni per una visita oculistica e 92 giorni per un esame specialistico. «Un sistema sanitario che non garantisce l’accesso non è un sistema che funziona – ha sottolineato Melchiorre -. La difficoltà di ottenere anche una semplice visita di primo livello diventa così il sintomo più evidente del progressivo indebolimento dell’oculistica pubblica. La necessità, ormai non più rinviabile, di un nuovo modello organizzativo appare evidente».
Verso un nuovo modello di cura
Anche se non è da “codice rosso”, l’oftalmologia è una disciplina importantissima per il Sistema Sanitario Nazionale. Ripensare il modo in cui il sistema pubblico garantisce la salute degli occhi significa, di fatto, tutelare autonomia, dignità e qualità della vita di milioni di cittadini. Come è emerso dal dibattito durante Welfair, serve un modello oculistico integrato, digitale e territoriale, capace di ridare forza a un settore troppo a lungo considerato secondario.
