Quali sono i problemi dei Pronto Soccorso?

«La carenza del personale non è l’unico» dice Segretario Nazionale di Anaao Assomed Pierino Di Silverio.
«Dobbiamo anche assumerci delle responsabilità» il monito del Segretario Nazionale di Anaao Assomed Pierino di Silverio

Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed, ai margini del congresso nazionale tenutosi a inizio dicembre presso la sede OMCeO Roma ha parlato del «ruolo che possiamo avere non da sindacalisti, ma da professionisti nel sistema», riferendosi alle problematiche dei Pronto Soccorso (PS). «Io non sono convinto che abbiamo capito veramente quale sia il problema dei PS; di certo non è unico. Il problema del PS è di modello organizzativo».

Accessi impropri

Fra le tematiche citate figurano anche gli accessi impropri ai PS. «Un accesso improprio del PS avviene quando il paziente cerca in PS la cura che dovrebbe ricevere altrove. Tuttavia, se il paziente non trova altro sbocco che non sia il PS, quell’accesso per il paziente non è più improprio. L’ospedale non è il PS, o meglio: non dovrebbe esserlo. Eppure, talvolta l’unica porta di accesso in ospedale è proprio il PS. Dobbiamo creare le condizioni perché questo accesso sia appropriato in un altro posto, ma oggi quale altro posto può assicurare la cura che fornisce il PS? Purtroppo nessuno, perché se il territorio non è dotato di infrastrutture, strumentari e personale come fa a curare il paziente? E guardate che non basta trasformare il medico di famiglia indipendente per risolvere il problema».

Carenza di personale

Nonostante ciò, Di Silverio denuncia come le cronache nazionali siano appiattite su una sola tematica: quella della carenza di personale. «Non dico che non esista – ha affermato il Segretario – però non è l’unico problema, anche perchè la carenza di personale dovrebbe essere valutata in base agli standard».

Purtroppo, proprio questi standard sono i primi a essere problematici, perchè «ad oggi, nel nostro paese gli standard di personale mancano di aggiornamento. Sapete quali sono gli standard ai quali si fa riferimento oggi? Quelli del 1988, che fanno riferimento una demografia totalmente diversa, un mondo diverso. Ecco, gli standard sarebbero un punto di partenza attraverso cui andare a definire quante persone devono oggi essere possono essere in grado, quanti colleghi di sopperire alle esigenze di cura», eppure sono i primi a mancare.

Riconversione dei piccoli ospedali

Il Segretario Nazionale allarga il suo sguardo anche sui «piccoli ospedali che hanno carenze infrastrutturali, di organico e che non riescono neanche a garantire, in molti casi, le cure ai pazienti. Queste strutture vanno riconvertite. Se vogliamo una medicina che non sia più ospedalocentrica, dobbiamo cominciare da definire quali sono gli ospedali che servono. È ormai improcrastinabile una riforma del decreto 70 e del decreto 77 per fare un decreto unico. Parliamo di integrazione di cura ma queste partono da regole comuni e condivise. Altrimenti rischiamo di avere dei doppioni e creare confusione».

Questa la road map delineata da Di Silverio: «Cominciamo a lavorare su un decreto unico che definisca la presa in carico del paziente, partendo dal proprio domicilio e arrivando alla dimissione dall’ospedale. Dopodiché, definiamo degli standard qualitativi e quantitativi, non solo di personale, ma anche di dotazioni infrastrutturali e tecnologiche. Consideriamo in questo disegno anche le zone meno agiate e difficilmente raggiungibili».

Il ruolo del 118

Successivamente, Di Silverio ha nominato come problematica da affrontare: «Il ruolo del 118. Mi spiegate – ha chiesto provocatoriamente – quale sia il ruolo del 118 nel nostro Servizio Sanitario Nazionale? Il 118 è territoriale o è ospedaliero? Partiamo da questa domanda. In aggiunta: il medico che lavora in 118 è un convenzionato o è un dipendente? Il dipartimento di emergenza urgenza ospedaliera deve avere al suo interno il 118 o devono essere due monaci? Il servizio dell’emergenza è unico o è disseminato?»

Barriere culturali e percorso di formazione

«Oltre alla mancanza di volontà o di competenza, alle quali siamo abituati, io mi sto stancando di avere a che fare con battaglie di retroguardia e l’idea che ognuno debba restare uguale a se stesso. Partiamo dal concetto di formazione: lo vogliamo ammettere che questa divisione così netta tra la formazione universitaria e la formazione ospedaliera ormai non è più attinente ai tempi? Non lo era già 10 anni fa, ma ancor di meno lo è oggi. È arrivato il momento di definire qual è il ruolo dell’Università in ambito formativo e assistenziale, che non può essere quello che è oggi» .

Un aspetto attinente a quello formativo è quello di immissione nella professione: «Un medico abilitato all’esercizio della professione, che ha la sua età di massima produttività intorno ai 42-43 anni, se a 35 anni è ancora chiuso nello studio del professore a fargli da assistente, che medico specialista potrà mai essere? Che appetibilità potrà sviluppare verso il servizio di cure? Che esperienza sul campo potrà fare? Soprattutto: come si ritroverà quando dal da un giorno all’altro verrà sbattuto in un PS da solo a dover curare 100-120 pazienti?»

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di Arrigo Bellelli

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