Articolo di Maurizio Ferri, Veterinario Ufficiale ASL Pescara e coordinatore scientifico SIMeVeP
I 60 nuovi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) notificati in meno di un mese dimostrano come le rotte migratorie giochino un ruolo costante nella diffusione della malattia, facilitata sicuramente da una conduzione degli allevamenti non sempre ottemperante a tutti i requisiti di bio-sicurezza fisici e gestionali previsti dalla normativa vigente.
Valle del Po: una zona calda per l’influenza aviaria
In questo contesto, è chiaro come i virus circolanti nei selvatici possano facilmente diffondersi tra gli allevamenti di pollame, in particolare nelle aree ad alta densità di allevamenti (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna). Quest’area, caratterizzata da una elevata densità di stabilimenti avicoli nella valle del fiume Po, rappresenta il 70% dell’avicoltura intensiva italiana e si trova in prossimità di aree umide nella suddetta valle e di aree lagunari del Delta del Po, aree caratterizzate da una straordinaria biodiversità. In queste aree, che rappresentano un importante crocevia lungo le rotte migratorie che prendono origine dalle aree di riproduzione del Sud-est asiatico e della Siberia, sono infatti ospitate diverse centinaia di specie di uccelli acquatici. Questa rimane quindi una “zona calda,” dove il massimo livello di biosicurezza non è più solo una raccomandazione economica, ma un imperativo di salute pubblica globale.
Facendo il punto della situazione, il numero di focolai di influenza sul territorio nazionale è quasi lo stesso dello scorso anno (n. 69 focolai nel periodo settembre 2025- gennaio 2026), con la differenza che quest’anno la stagione epidemica è iniziata in anticipo. Nel frattempo, mentre l’Europa conta nuovi focolai, un dato quasi trascurato merita però la nostra attenzione: per la prima volta in Europa sono stati isolati anticorpi contro il ceppo H5N1 in una vacca da latte in Olanda. Non si tratta solo di un numero che si aggiunge alle statistiche; è un segnale biologico preciso. Il virus sta esplorando nuovi territori e noi non possiamo permetterci di restare a guardare.
Il caso olandese: un campanello d’allarme per i bovini
Una ricerca condotta da Wageningen Bioveterinary Research (WBVR) e dal Dutch Wildlife Health Centre (DWHC) ha rilevato anticorpi H5N1 in una vacca da latte nei Paesi Bassi (primo caso in Europa) confermando che il virus sta “saggiando” nuovi ospiti e adattandosi ai mammiferi. Nessuna delle vacche sottoposte al test è risultata portatrice del virus. Ciò significa che l’animale non diffonde il virus, non rappresentando un rischio per la salute pubblica.
Tuttavia, ogni salto di specie funge da “palestra” virale: più il virus circola tra i mammiferi, più aumentano le probabilità di mutazioni casuali che potrebbero favorire la trasmissione interumana. L’isolamento di anticorpi in un bovino nei Paesi Bassi sposta l’attenzione sulla filiera alimentare e zootecnica. In termini di salute pubblica, sebbene la pastorizzazione garantisca la sicurezza del latte, la presenza del virus nei bovini suggerisce una possibile via di esposizione precedentemente sottovalutata in Europa.
La circolazione “silenziosa” del virus
Un’analoga ricerca condotta sempre da WBVR e dal DWHC ha dimostrato un’alta sieroprevalenza (50%) del virus di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI H5N1) nelle volpi nella provincia olandese del Friesland. Ciò avviene principalmente nei periodi in cui il virus circola tra gli uccelli selvatici. Inoltre, c’è l’incognita degli asintomatici. Il dato sulle volpi è cruciale: se ci limitiamo a testare animali con sintomi neurologici (le volpi quasi mai manifestano sintomi respiratori) vediamo solo la punta dell’iceberg. La circolazione “silenziosa” aumenta le finestre temporali in cui il virus può mutare indisturbato.
Dunque, per ciò che concerne la sorveglianza sierologica, è necessario passare da una sorveglianza reattiva (testare solo dopo il focolaio) a una proattiva, integrando tamponi e analisi del sangue anche su animali asintomatici non classificati come specie bersaglio, per intercettare la circolazione virale precoce. I test virologici possono fungere da sistema di allerta precoce, mentre la sierologia fornisce indicazioni sulle tendenze e sulla diffusione dell’infezione nel tempo.
L’Approccio “One Health”: verso una sorveglianza proattiva
Non possiamo più gestire l’aviaria come una ciclica crisi veterinaria legata alle migrazioni invernali. Il sistema degli allevamenti intensivi, pur con i suoi elevati standard di biosicurezza, rappresenta intrinsecamente un terreno fertile per la diffusione rapida.
Per evitare che una mutazione casuale diventi una minaccia globale, occorre un cambio di paradigma basato sull’approccio One Health che si basa sulla interconnessione tra salute umana, animale e ambientale. Non solo, secondo il principio espresso dalla nuova normativa europea di sanità animale di prevenire è meglio che curare, è opportuno che le nuove strategie siano orientate anche verso opportune campagne vaccinali, soprattutto nelle specie a lunga vita (tacchini e ovaiole). Su questa linea per la prima volta, l’Italia ha approvato un piano nazionale che prevede la vaccinazione contro l’influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) di tacchini e galline ovaiole. Queste sono le specie maggiormente colpite e che agiscono maggiormente da serbatoio per il virus. Il piano è stato approvato a dicembre 2025 e le operazioni di vaccinazione vera e propria sono previste per la primavera del 2026. Questi mesi (gennaio-marzo) servono per definire i protocolli tecnici e logistici.
Come dobbiamo difenderci
Pertanto, la sorveglianza veterinaria nelle regioni del Nord Italia, cuore pulsante della nostra zootecnia, così come nelle altre zone con presenza di focolai HPAI deve essere basata su questi pilastri:
- Monitoraggio ambientale, non limitarsi al pollame, ma estendere i test sistematici ai carnivori selvatici e ai bovini nelle zone a rischio;
- Sorveglianza sierologica sistematica, la ricerca del virus attivo nei sintomatici deve essere integrata con la ricerca delle tracce del suo passaggio (gli anticorpi) anche negli animali asintomatici, per mappare la reale diffusione nei carnivori selvatici e nel bestiame;
- Sorveglianza integrata, con il monitoraggio costante di chi lavora a contatto con gli animali;
- Trasparenza e preparazione, i dati della Commissione UE ci dicono che il virus non conosce confini, dalla Svezia al Portogallo. La risposta deve essere altrettanto globale. Il coordinamento tra Ministero della Salute, Istituti Zooprofilattici, Servizi Veterinari e partner europei è l’unica barriera contro una possibile pandemia.
Conclusione
L’attuale scenario dell’influenza aviaria H5N1 in Europa sta delineando un cambio di paradigma: non siamo più di fronte a un’emergenza limitata al settore avicolo, ma a una dinamica complessa che coinvolge la fauna selvatica e, in modo preoccupante, i mammiferi da produzione. Il rischio principale non è l’attuale patogenicità, ma la capacità di mutazione del virus. Il rischio per l’uomo rimane comunque valutato come basso nell’immediato, poiché non sono stati documentati casi di trasmissione interumana in Europa.
Nonostante ciò, la “silenziosa” espansione del virus nei mammiferi europei ci dice che il virus sta cambiando. L’attuale caso della vacca olandese e la diffusione nelle volpi sono avvertimenti che la natura ci sta inviando. La preparazione pandemica non si fa durante l’emergenza, ma nel silenzio tra una crisi e l’altra, perfezionando la sorveglianza e riducendo le occasioni di contatto tra fauna selvatica, animali allevati e uomo. Perfezionare la sorveglianza oggi non è un costo burocratico, ma un investimento importante per proteggere la salute pubblica di domani.
