Il disegno di legge sui caregiver familiari torna al centro del dibattito politico e sanitario, ma non senza polemiche. Durante un’audizione alla Commissione Affari sociali della Camera, Cittadinanzattiva ha espresso forti perplessità sul testo, definendolo un provvedimento che rischia di burocratizzare la fatica del caregiver e isolarlo nel suo ruolo.
Le criticità del Ddl caregiver
Secondo l’associazione, molte delle proposte emerse nel Tavolo tecnico interministeriale non sono state recepite nel disegno di legge, portando a un impianto normativo giudicato restrittivo e poco inclusivo.
Tra i principali punti critici evidenziati:
- Vincolo di convivenza e distanza: le tutele sarebbero limitate ai conviventi o a chi vive entro 25 km, escludendo molti caregiver attivi;
- Vincolo di parentela: esclusi amici o reti informali di assistenza, nonostante il loro ruolo concreto;
- Esclusione dei minori: i giovani caregiver non verrebbero riconosciuti né tutelati;
- Sostegno economico limitato: circa 400 euro mensili solo in presenza di requisiti molto stringenti, come almeno 91 ore settimanali di assistenza e soglie di reddito molto basse.
Questi elementi, secondo Cittadinanzattiva, creerebbero una vera e propria “gerarchia della cura”, penalizzando una parte significativa di chi presta assistenza quotidiana.
Il rischio: caregiver più soli e meno supportati
Uno dei punti più contestati riguarda l’impostazione generale del Ddl, che secondo l’associazione rischia di trasformare un diritto universale in una misura destinata solo a pochi. In particolare, la combinazione di criteri rigidi e requisiti economici potrebbe:
- escludere molti caregiver dal riconoscimento formale;
- limitare l’accesso ai sostegni;
- aumentare il senso di isolamento sociale.
Il risultato, denunciano le associazioni, è un modello che non valorizza adeguatamente il ruolo del caregiver, figura sempre più centrale in un Paese con popolazione anziana e crescente bisogno di assistenza.
Le proposte di modifica del Ddl Caregiver
Per superare le criticità, Cittadinanzattiva ha avanzato una serie di emendamenti, chiedendo una revisione profonda del testo.
Tra le principali richieste:
- ampliamento della definizione di caregiver (includendo anche legami affettivi non familiari);
- eliminazione dei vincoli rigidi su convivenza e ore di assistenza;
- maggiore inclusione dei giovani caregiver;
- introduzione di servizi strutturati di supporto, come formazione e assistenza psicologica.
L’obiettivo è costruire una legge più equa e coerente con i bisogni reali delle famiglie.
Per Cittadinanzattiva un provvedimento da rivedere
Secondo Cittadinanzattiva, il Ddl caregiver rischia inoltre di essere meno avanzato rispetto ad alcune normative regionali già esistenti e in contrasto con la riforma della non autosufficienza. Per questo motivo, l’associazione chiede al Parlamento di intervenire rapidamente per evitare che la legge, anziché migliorare le condizioni dei caregiver, finisca per limitarle.
Il commento di Isabella Mori, Responsabile tutela di Cittadinanzattiva:
«Il Ddl , pur nascendo con l’intento di colmare un vuoto legislativo, rischia concretamente di escludere proprio chi sostiene il sistema di assistenza, anziché valorizzarlo. Il punto nodale è la definizione stessa di “caregiver“, la legge si limita a una definizione formale senza stanziare risorse strutturali e fondi certi, il riconoscimento resta puramente simbolico».
«Esiste il pericolo che, per far quadrare i conti, vengano inseriti paletti burocratici o limitazioni basate sulla gravità della disabilità dell’assistito e delle ore di assistenza, lasciando fuori migliaia di persone che prestano assistenza quotidiana ma non rientrano in parametri rigidi».
«Ad esempio l’articolo 2 propone una visione della cura anacronistica e punitiva. In primis mi riferisco al vincolo della convivenza. Limitare i profili di tutela a chi coabita con l’assistito ignora migliaia di figli e nipoti che garantiscono assistenza vitale pur vivendo a chilometri di distanza. Secondo: la distanza dei 25 km citata all’Art. 4».
«È un parametro burocratico che offende la realtà logistica del Paese. Terzo: la chiusura agli ‘affetti scelti’. In una società che cambia, limitare il caregiver ai legami di sangue entro il terzo grado significa negare il valore sociale della cura basata sulla relazione. La cura, è un atto d’amore e responsabilità, non un certificato di stato di famiglia».
«In sintesi, Se il Ddl non garantisce diritti esigibili (contributi, salute, tempo per sé), non sta riconoscendo il valore della persona, ma sta solo certificando la sua disponibilità a farsi carico di un peso che spetterebbe alla collettività. Valorizzare il caregiver deve significare affiancarlo con una rete di servizi (respiro, assistenza domiciliare, tutele previdenziali), non lasciarlo solo a “sostituire” lo Stato a costo zero. Senza tutele concrete, il rischio di una “esclusione di fatto” è altissimo».
