La diffusione delle tecnologie innovative nella sanità italiana avanza, ma non sempre riesce a tradursi in un impatto clinico e organizzativo pieno. Accesso all’innovazione, equità territoriale, integrazione nei percorsi di cura: sono questi i nodi al centro del dibattito medtech. Secondo Elisabetta Angelini, Chief Business Officer di Palex Italia, realtà specializzata nella distribuzione di dispositivi medici ad alto valore tecnologico, il tema non è più se introdurre tecnologia, ma come farla funzionare davvero all’interno dei PDTA.
La tecnologia in sanità non è una variabile accessoria: è sempre più un elemento strutturale dei sistemi di cura, capace di ridisegnare percorsi clinici, abilitare nuove forme di assistenza e migliorare gli esiti per i pazienti. Intelligenza artificiale, dispositivi connessi, chirurgia robotica e telemedicina stanno trasformando il modo in cui si eroga e si organizza la cura. Ma perché questo potenziale si traduca in valore reale per il sistema sanitario e per le persone, servono visione, governance e la capacità di integrare l’innovazione dentro processi clinici e organizzativi solidi e condivisi.
Quali sono oggi le sfide principali nell’introduzione di tecnologie avanzate nella sanità italiana?
La sfida oggi non è introdurre tecnologia, ma farla funzionare davvero nei percorsi di cura. In Italia abbiamo accesso a innovazioni di alto livello, che però possono restare episodi isolati, non pienamente integrati nei PDTA. Ne deriva un paradosso: disponibilità di tecnologie avanzate, ma un impatto clinico e organizzativo che non sempre riesce a esprimersi pienamente. Serve quindi un passaggio da una logica di semplice adozione a una logica di integrazione.
Integrazione significa coordinamento tra strutture sanitarie, aziende, istituzioni (dal Ministero della Salute ad Agenas) società scientifiche e associazioni di pazienti. I modelli organizzativi, come l’hub & spoke, funzionano solo quando sono sostenuti da percorsi chiari, condivisi e ben strutturati. In questo quadro, il contributo del medico e del professionista sanitario è determinante per tradurre il potenziale dell’innovazione in pratica clinica concreta.
Quali sono le principali direttrici che guideranno il mercato medtech nei prossimi anni e come si posiziona l’Italia?
Le direttrici di sviluppo del medtech sono ormai piuttosto chiare. Parliamo di medicina personalizzata e data-driven, integrazione tra ospedale e territorio, sviluppo dell’home care e diffusione di tecnologie mini-invasive. A queste si affiancano la digitalizzazione dei percorsi clinici e la progressiva affermazione di modelli di value-based healthcare, orientati agli esiti.
In questo contesto stiamo assistendo anche alla crescente diffusione di tecnologie avanzate in ambito chirurgico, come la chirurgia robotica, che rappresenta uno dei fronti più dinamici dell’innovazione clinica e organizzativa. L’Italia esprime competenze cliniche di eccellenza, ma presenta ancora una significativa eterogeneità nell’accesso all’innovazione. Ridurre questo divario richiede continuità nei processi, nelle competenze e nella capacità di fare sistema tra istituzioni, professionisti e imprese.
Quanto pesa oggi il tema dell’accesso equo all’innovazione?
È uno dei nodi principali. L’accesso alle tecnologie non è uniforme e dipende spesso più dall’organizzazione dei percorsi che dalla sola disponibilità di risorse. Garantire equità significa anche lavorare sui percorsi. In termini concreti, significa definire in modo chiaro chi fa cosa, in quali tempi e con quali responsabilità lungo tutto il percorso del paziente, e quali tecnologie supportano ogni fase del processo assistenziale. Significa anche costruire forme strutturate di collaborazione con le società scientifiche e con le associazioni di pazienti, affinché i percorsi siano realmente aderenti ai bisogni clinici e assistenziali.
Ci può fare esempi di come l’innovazione tecnologica sia un volano per la sostenibilità del sistema?
Quando è integrata nei percorsi, l’innovazione genera sostenibilità. Può contribuire a ridurre complicanze, tempi di degenza e riammissioni, e in molti casi supportare anche la riduzione delle liste di attesa, aumentando la capacità di risposta del sistema sanitario. Allo stesso tempo migliora gli esiti clinici e consente un utilizzo più appropriato delle risorse disponibili.
Naturalmente questo richiede adeguate competenze cliniche, organizzative e amministrative e una valutazione dell’innovazione sempre più orientata al valore generato lungo l’intero percorso di cura. In questo scenario, anche il ruolo delle aziende si è evoluto: non più solo fornitori di tecnologia, ma partner nella costruzione dei percorsi.
Come nascono le partnership tra aziende tecnologiche e quali caratteristiche cercate?
Le partnership efficaci nascono innanzitutto da una visione condivisa. Cerchiamo realtà solide, affidabili, con capacità di investimento in ricerca e sviluppo e una forte attenzione alla qualità. L’innovazione oggi è sempre più globale: esistono player, anche al di fuori dei mercati tradizionali, con livelli tecnologici molto elevati. La differenza sta nella capacità di valutarli con rigore, senza pregiudizi, e integrarli in modo responsabile nei sistemi sanitari, mantenendo sempre come riferimento sicurezza e valore clinico.
In questo contesto, l’appartenenza di Palex Italia a Palex Healthcare Group rappresenta un elemento distintivo: una piattaforma europea nella distribuzione di dispositivi medici ad alto valore tecnologico che consente di offrire ai partner un portafoglio di competenze ampio e qualificato e una capacità di sviluppo su scala internazionale, mantenendo al tempo stesso una forte attenzione alle specificità strutturali, organizzative e regolatorie dei singoli Paesi.
