Il DDL Sanità premia e istituzionalizza la migrazione sanitaria

Si accentua divario tra le Regioni e si favorisce il convenzionato con interventi redditizi a discapito del SSN e delle sanità meridionali
Si accentua divario tra le Regioni e si favorisce il convenzionato con interventi redditizi a discapito del SSN e delle sanità meridionali

Editoriale a cura di Fabrizio Pulvirenti, Direttore Malattie Infettive ASP Caltanissetta P.O. Gela e autore di SSN 4.0. Proposte per la rifondazione del Servizio Sanitario Nazionale, Edizioni ETS,2026

Ragionare su una riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è un imperativo dettato dalle evidenze. È un tema così rilevante per la comunità nazionale che non può essere risolto con una soluzione di delega. Così, il Disegno di Legge 1825 per la delega al Governo sulla sanità nasce su presupposti inefficaci nel metodo e potenzialmente dannosi nel merito, ben lungi insomma dal recuperare il nostro SSN quale strumento non solo di tutela della salute, ma di coesione sociale e di equità. 

IL DDL sanità e la migrazione sanitaria

Oltre al persistente richiamo alla clausola di invarianza finanziaria dove gli unici stanziamenti previsti si limitano a pochi milioni di euro destinati agli ospedali di terzo livello, il paradosso più doloroso della delega al Governo sulla sanità riguarda la gestione del divario Nord-Sud e, più in profondità, l’enorme frammentazione regionale dell’assistenza sanitaria che ne è all’origine. In un sistema in cui le Regioni meridionali sono costrette ogni anno a versare centinaia di milioni di euro alle casse del Centro-Nord per le cure che i propri cittadini non riescono a ricevere localmente, la priorità assoluta di qualsiasi riforma strutturale dovrebbe essere quella di ridurre questa emorragia di risorse. 

Fabrizio Pulvirenti, Direttore Malattie Infettive ASP Caltanissetta P.O. Gela

Il DDL fa esattamente il contrario: istituisce e finanzia i nuovi ospedali di terzo livello (che includono soggetti privati) utilizzando tra i criteri di riconoscimento la quota di assistiti provenienti da altre Regioni. In questo modo la riforma non solo accetta e cristallizza la migrazione sanitaria, ma la premia economicamente e la istituzionalizza, trasformando la mobilità passiva in un requisito di eccellenza da finanziare a livello centrale e rendendo strutturale il meccanismo per cui le Regioni già attrezzate attraggono pazienti, incassano risorse e si qualificano ulteriormente, mentre quelle già deboli perdono utenti, perdono finanziamenti e si indeboliscono ulteriormente. 

Ospedali elettivi: un regalo alla sanità privata 

 Con analoga logica, la nuova figura degli ospedali elettivi (strutture per acuti prive di pronto soccorso che, ancora una volta, ricomprendono i privati) si presta a concentrarsi sulla medicina programmabile e redditizia, lasciando al pubblico il carico dell’emergenza e della cronicità: un disegno che va esattamente nella direzione opposta all’equità dichiarata e sancita dalla Costituzione, allargando anziché colmare la frattura che divide il Paese. 

Territorio contenitore vuoto 

Il testo affronta il nodo dell’integrazione tra ospedale e territorio limitandosi a mere enunciazioni di principio, senza chiarire i metodi operativi. La presa in carico multidimensionale dei pazienti non autosufficienti resta affidata a futuri decreti, con un impatto organizzativo che la stessa Relazione Tecnica definisce non determinabile. Ancora più grave è la totale assenza di qualsiasi riferimento alle liste d’attesa (prima causa di rinuncia alle cure e di fuga verso il privato) e alla crisi strutturale del personale sanitario. La Relazione Tecnica precisa che la delega non prevede l’ampliamento del numero dei professionisti. Una riforma che riorganizza le strutture senza occuparsi di chi le anima rischia di ridisegnare contenitori vuoti. A questo si aggiunge il silenzio assoluto sulla sanità digitale: telemedicina, fascicolo sanitario elettronico e intelligenza artificiale diagnostica non compaiono in nessun punto di un testo che pure si vuole strutturale. 

I limiti dell’articolo 2  

L’articolo 2 annuncia un riordino della disciplina dei Medici di Medicina Generale per valorizzarne il ruolo, ma lo sterilizza subito stabilendo che tutto debba avvenire fermi restando gli equilibri di ciascun Servizio Sanitario Regionale. Senza un salto di qualità strutturale (come l’inserimento dei medici di famiglia in vere Unità Operative Territoriali con risorse dedicate) essi restano spettatori, più che protagonisti, del cambiamento. 

Sul piano istituzionale, i principi e criteri direttivi dell’articolo 2 sono così generici da sfiorare il limite dell’eccesso di delega vietato dall’articolo 76 della Costituzione; enunciazioni come «promuovere il ruolo della bioetica clinica» non costituiscono veri criteri direttivi, ma deleghe in bianco che trasferiscono all’Esecutivo scelte di grande rilevanza politica. A questo si aggiunge che le Commissioni parlamentari hanno solo trenta giorni per pronunciarsi sugli schemi di decreto, decorso il quale il Governo può procedere comunque: un termine che riduce il controllo parlamentare a un adempimento formale. L’articolo 4, infine, che rende la legge applicabile alle Regioni a statuto speciale solo ove compatibile con i rispettivi statuti, introduce un ulteriore fattore di frammentazione in un sistema già segnato da profonde diseguaglianze nell’erogazione dei LEA. 

Una riforma che non riforma nulla 

Il DDL 1825 sceglie, con coerenza che non dichiara, la strada della conservazione dell’esistente sotto le spoglie della riforma. La sopravvivenza del SSN come strumento universale di tutela della salute esige invece scelte che questo testo non è disposto a compiere: investimenti strutturali nel finanziamento pubblico, un piano straordinario per il personale, la trasformazione effettiva della medicina di prossimità, meccanismi reali di monitoraggio e accountability sulle Regioni inadempienti. Senza questi presupposti, ogni iniziativa legislativa rischia di sommarsi al lungo elenco delle riforme annunciate e mai realizzate che hanno accompagnato il declino lento, ma ormai evidente, del SSN. E la nostra comunità nazionale questo non se lo può proprio permettere. QUI il testo del Decreto aggiornato al 20 aprile 2026.

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di Redazione Bees Sanità

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