L’educazione terapeutica è il primo diritto della persona con obesità

L'educazione terapeutica è riconosciuta e prescritta, ma nel quotidiano resta disattesa per una patologia che in Italia dà ancora stigmi

L’educazione terapeutica del paziente nasce da un’esigenza precisa: accompagnare chi convive con una malattia cronica non solo a conoscerla meglio, ma a sviluppare le competenze necessarie per gestirla nella vita quotidiana. Riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Piano Nazionale Cronicità, questa disciplina supera il modello della medicina prescrittiva per abbracciare una logica partecipativa, in cui il paziente non riceve passivamente indicazioni ma diventa protagonista attivo del proprio percorso di cura. Enrico Prosperi, Presidente della Società Italiana di Educazione Terapeutica (SIET), chiarisce cosa significhi concretamente questo approccio, chi lo eroga e come si costruisce, sottolineando il ruolo indispensabile di un’équipe interdisciplinare adeguatamente formata e il contributo diretto delle associazioni di pazienti nella progettazione dei programmi.

L’obesità rappresenta uno dei terreni più urgenti su cui applicare questi principi. Con oltre l’11% degli uomini e quasi il 10% delle donne italiane che ne soffrono, a cui si aggiunge una quota di sovrappeso che sfiora il 45% della popolazione adulta e una crescente incidenza tra i bambini, il fenomeno assume dimensioni di pandemia globale. Eppure persiste, anche tra i professionisti sanitari, una serie di pregiudizi che ostacolano la presa in carico e allontanano le persone dalle cure. L’obesità è una malattia cronica, recidivante e multifattoriale, influenzata da fattori genetici, ambientali, sociali, psicologici ed epigenetici, e persino dall’esposoma, ovvero dall’insieme delle esposizioni ambientali capaci di interferire con i meccanismi endocrini.

Stigma, complessità e sostenibilità del sistema

Lo stigma pesa sulla cura in modo diretto e misurabile: favorisce lo sviluppo di disturbi alimentari, alimenta ansia e depressione, riduce l’aderenza ai follow-up e può persino alterare parametri ematochimici legati all’infiammazione. Prosperi affronta la questione senza sconti, descrivendo una situazione ancora critica in cui la colpevolizzazione del paziente con obesità rimane diffusa e la complessità della malattia viene spesso banalizzata. Superare questa cultura richiede un cambiamento profondo, che riguarda la formazione dei professionisti prima ancora che i modelli organizzativi.

Il filo che collega educazione terapeutica e obesità passa anche dalla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Trattare in modo adeguato una malattia cronica e complessa come l’obesità non è solo una questione di equità nella cura, ma un investimento sistemico. La Carta redatta dal gruppo interparlamentare sul contrasto all’obesità e al diabete ha indicato l’educazione terapeutica come primo diritto della persona con obesità, eppure la sua applicazione resta ancora largamente disattesa. Il Presidente SIET ragiona su questi nodi, tracciando un quadro che mette in relazione la clinica, la formazione, il cambiamento culturale e le condizioni istituzionali necessarie perché questo approccio diventi pratica ordinaria.

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di Arrigo Bellelli

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