L’emergenza pediatrica ospedaliera e la carenza di specialisti possono trasformarsi in un’occasione per rafforzare la collaborazione tra territorio e ospedale. È questo il senso del protocollo siglato tra l’Asp di Catanzaro e la Federazione Italiana Medici Pediatri. Un modello, questo, che consente ai pediatri di libera scelta di supportare le attività ospedaliere, compresi i turni notturni e festivi.
Un modello «nato per rispondere a una criticità concreta, ma che potrebbe offrire spunti anche per il futuro dell’assistenza pediatrica», secondo la Dott.ssa Maria Grazia Licastro, vice segretaria della Federazione Italiana Medici Pediatri della Calabria.
La carenza di personale negli ospedali
«Gli ospedali si sono svuotati dei loro pediatri» spiega Licastro. «Negli ultimi anni, molti specialisti hanno lasciato le corsie ospedaliere per orientarsi verso la pediatria territoriale. Una scelta legata anche alle difficoltà organizzative dei reparti, tra carichi di lavoro elevati e turni pesanti».
«Una situazione particolarmente critica in alcune strutture del territorio calabrese, soprattutto all’ospedale di Lamezia Terme. Quindi era necessaria una soluzione temporanea per garantire la continuità assistenziale. Da qui la richiesta dell’Asp di Catanzaro alla Fimp di individuare pediatri disponibili a coprire alcune attività ospedaliere».
«Ci è stato chiesto un aiuto concreto e non ci siamo tirati indietro» prosegue Licastro. «L’obiettivo era evitare vuoti assistenziali nei reparti pediatrici e neonatali, almeno fino all’espletamento dei concorsi e all’arrivo di nuovo personale».
Un ponte tra territorio e ospedale
Secondo Licastro, il protocollo rappresenta un esempio di integrazione tra due mondi separati: quello della pediatria di libera scelta e quello ospedaliero.
«Molti dei pediatri coinvolti – specifica – provenivano già dall’esperienza ospedaliera e hanno potuto mettere a disposizione competenze già consolidate. Allo stesso tempo, la collaborazione è stata aperta anche ad altri pediatri del territorio e a professionisti in pensione, disponibili a dare supporto».
«L’accordo – sottolinea – si basa su volontarietà e collaborazione reciproca. Da una parte la capacità dell’Asp di coinvolgere il territorio, dall’altra il senso di responsabilità dei pediatri».
Un modello esportabile?
La possibilità di replicare questa esperienza in altre realtà italiane dipende, però, da diversi fattori. «Dal punto di vista normativo – ricorda Licastro – esistono differenze importanti tra i pediatri di libera scelta, che operano in convenzione, e i pediatri ospedalieri, dipendenti del Servizio sanitario. Il nostro modello funziona soprattutto quando nasce da una collaborazione spontanea e condivisa tra istituzioni e professionisti. Può essere esportato solo dove esiste una reale volontà di collaborazione, Serve una responsabilità reciproca tra aziende sanitarie e pediatri del territorio».
«Se si spopolano i servizi territoriali e si perde il rapporto fiduciario con il pediatra di famiglia – continua Licastro – si rischia di compromettere proprio quella rete di prossimità che oggi permette anche collaborazioni come questa. La forza del modello – conclude – sta proprio nella flessibilità e nel legame diretto con le comunità locali. Un elemento che non dovrebbe andare perso nella futura riorganizzazione della sanità territoriale.
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