La gestione del rischio in sanità ha avuto per anni un obiettivo preciso: intervenire dopo che il danno si era verificato. Si analizzava l’errore, si individuavano le responsabilità e si affrontavano gli aspetti assicurativi e risarcitori.
Oggi, invece, il paradigma è cambiato. Il rischio non è più visto esclusivamente come un problema da gestire, ma come uno strumento per migliorare l’organizzazione delle cure. Questo il messaggio lanciato ieri dal Dottor Andrea Minarini, Risk Manager e presidente della Società Italiana dei Gestori del Rischio in Sanità, intervenuto al convegno Gestione del rischio e prevenzione del contenzioso nel sistema sanitario.
Un problema ancora attuale
Il rischio sanitario continua ad avere un impatto rilevante sotto diversi punti di vista. Non riguarda soltanto la sicurezza del paziente, ma produce conseguenze sociali, economiche e assicurative.
Da un lato, infatti, aumenta il ricorso alla medicina difensiva, dall’altro cresce il costo dei sinistri e delle coperture assicurative, con difficoltà sempre maggiori nel garantire un equilibrio del sistema. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 10% dei pazienti ricoverati sperimenta un evento avverso correlato all’assistenza sanitaria e, di questi, circa la metà potrebbe essere prevenuta attraverso un’organizzazione più efficace.
Perché il vecchio modello non era più sufficiente
Per molti anni la gestione del rischio ha seguito un approccio che Minarini ha definito «reattivo». L’attenzione si concentrava sul danno ormai avvenuto: si cercava di accertarne le responsabilità, contenere il contenzioso e limitare i costi derivanti dai risarcimenti.
Secondo Minarini, questo modello ha prodotto risultati limitati. In oltre trent’anni sono cambiati profondamente la medicina, l’organizzazione sanitaria e le caratteristiche dei pazienti, oggi sempre più anziani e con bisogni assistenziali complessi, mentre il sistema di gestione del rischio è rimasto sostanzialmente immutato.
Dal rischio clinico al rischio sanitario
Un primo cambiamento c’è stato con la Legge 208 del 2015, che ha introdotto nelle aziende sanitarie l’obbligo di dotarsi di una funzione dedicata alla gestione del rischio sanitario. L’obiettivo non era più soltanto registrare gli eventi avversi, ma analizzarne le cause, raccogliere le segnalazioni anche in forma anonima, promuovere la formazione continua e migliorare i processi organizzativi.
La vera evoluzione arriva poi con la Legge 24 del 2017, la “Gelli-Bianco“, che ha riconosciuto la sicurezza delle cure come parte integrante del diritto alla salute. Da quel momento il focus si è spostato dalla ricerca della colpa all’individuazione preventiva dei fattori di rischio. Non più chiedersi chi abbia sbagliato, ma perché quell’errore sia stato possibile.
Errori e rischi
Secondo Minarini, l’errore rappresenta una conseguenza naturale di sistemi organizzativi complessi e non deve essere automaticamente identificato con una colpa individuale.
Da qui nasce il concetto di approccio sistemico, secondo cui ogni evento avverso deve essere analizzato per individuare eventuali criticità nei processi, nell’organizzazione o nella comunicazione tra professionisti. In questa prospettiva, conoscere gli errori significa creare opportunità di miglioramento.
Parallelamente, ha ricordato Minarini, mentre in passato si parlava di rischio clinico, e dunque circoscritto, oggi il concetto si amplia fino a comprendere il più esteso rischio sanitario. La sicurezza delle cure dipende infatti non soltanto dall’atto medico, ma anche dall’organizzazione dei servizi, dalle tecnologie utilizzate, dagli ambienti di lavoro, dall’appropriatezza dei percorsi assistenziali e dalla loro sostenibilità.
Il rischio sanitario è più ampio del rischio clinico. Comprende, infatti, tutta quella serie di aspetti e competenze utili alla cura del paziente. Dal rischio tecnologico, legato all’utilizzo delle tecnologie come l’intelligenza artificiale, passando per il rischio interferenziale, legato alla crescente multidisciplinarietà dell’assistenza. Aspetti di cui, oggi, è necessario tenere conto.
Il rischio come valore positivo
Il rischio sanitario, però, deve essere visto come un valore positivo. La sua gestione non deve essere interpretata come un insieme di procedure burocratiche o come un sistema pensato esclusivamente per limitare il contenzioso. Al contrario, il rischio può diventare un valore positivo se viene utilizzato per comprendere il funzionamento delle organizzazioni sanitarie, individuare le criticità e migliorare continuamente i processi assistenziali.
Il principio, ha concluso Minarini, è che conoscere il rischio significa poterlo gestire e controllare, trasformando ogni errore in un’occasione di crescita per il sistema sanitario.
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