Il diabete non è uguale per tutti. Se da un lato cresce il numero delle persone che convivono con questa patologia cronica, dall’altro emerge sempre più chiaramente la necessità di costruire percorsi assistenziali capaci di rispondere alle caratteristiche specifiche di ogni paziente. Tra queste, la differenza di genere rappresenta un elemento determinante, ma ancora poco integrato nella pratica clinica quotidiana.
Uomini e donne vivono infatti la malattia in modo diverso. Non soltanto dal punto di vista biologico, ma anche per fattori sociali e culturali che influenzano la percezione della patologia, l’aderenza ai trattamenti e il rapporto con i servizi sanitari. Questi aspetti, però, raramente si traducono in modelli assistenziali realmente differenziati, con il rischio di limitare l’efficacia delle cure e ampliare le disparità.
Le disuguaglianze incidono sugli esiti clinici
Secondo Emilia Chiara Masuccio, presidente nazionale degli Operatori Sanitari di Diabetologia Italiani, «da una revisione della letteratura si evidenzia che le disuguaglianze agiscono come un vero e proprio percorso ad ostacoli, influenzano negativamente diverse dimensioni».
«Il problema – prosegue – non si manifesta solo al momento della malattia ma parte molto prima: condiziona la prevenzione primaria e secondaria (riducendo l’adesione agli screening), compromette la continuità delle cure e l’aderenza ai trattamenti prescritti e inevitabilmente, si riflette sugli esiti clinici finali, che risultano peggiori per chi vive in condizioni di svantaggio sociale o economico».
Fattori sociali e culturali
«I fattori sociali e culturali – spiega Masuccio – hanno un peso decisivo nella gestione della patologia. È sufficiente analizzare i contesti geografici caratterizzati da un minor livello socio-economico e da una minore alfabetizzazione sanitaria per osservare un ridotto accesso ai programmi di screening. Questo fenomeno si traduce spesso nella popolazione femminile, in una scarsa o assente compliance terapeutica».
«Per ridurre queste disparità è fondamentale investire nella formazione degli operatori sanitari, a partire dal percorso universitario fino ai programmi di aggiornamento professionale. È inoltre necessario garantire una rappresentanza equilibrata di donne e uomini nei trial clinici, cosi da sviluppare evidenze scientifiche che tengono conto sia delle differenze biologiche legato al sesso, sia dei fattori sociali e culturali legati al genere».
«Questo consentirebbe di definire percorsi assistenziali e terapeutici sempre più personalizzati. Infine, è essenziale migliorare l’accesso alle cure promuovere campagne informative e di sensibilizzazione sui temi della medicina di genere».
Ridurre le disparità
Ridurre le disparità richiede un cambiamento che coinvolga sia la formazione sia la ricerca scientifica. «La priorità è garantire a tutte le persone con diabete pari opportunità di accesso alla prevenzione, alla diagnosi precoce e ai percorsi di cura, indipendentemente dal genere, dal contesto socio-economico o dall’area geografica di appartenenza.
«È necessario rafforzare i servizi nelle realtà più fragili, promuovere percorsi assistenziali che tengono conto sia delle differenze biologiche sia dei determinanti sociali della salute e investire nella formazione degli operatori sanitari. Solo attraverso un approccio integrato e inclusivo sarà possibile ridurre le disuguaglianze e migliorare gli esiti di salute delle persone con diabete», conclude.
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