Anitec-Assinform associazione afferente a Confindustria, con la sottoscrizione, fra gli altri, della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), della Federazione Nazionale Ordini Professionali Infermieristici (FNOPI) ed altre società scientifiche mediche, ha realizzato le Linee di indirizzo sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale nella relazione tra professionista sanitario e il paziente.
Negli ultimi anni la sanità italiana si sta confrontando con una trasformazione che non è più solo tecnologica, ma culturale e organizzativa. Il documento nasce quindi con l’obiettivo, tramite la tecnologia, di supportare i professionisti nell’adozione consapevole dell’AI, senza mai perdere di vista l’importanza del rapporto umano con il paziente. Tale strumento è ormai in grado di generare fiducia, incidere profondamente sui processi clinici, sulla governance e, appunto, sulla relazione di cura.
AI come alleato della relazione di cura
Il documento sottolinea un punto che coinvolge, in primis, chi opera direttamente a contatto con gli utenti:
nei contesti per acuti, in ambulatori e sul territorio. L’AI diventa un alleato, non certamente il sostituto del professionista. Le funzioni principali devono riguardare:
- automatizzare compiti ripetitivi;
- classificare richieste;
- supportare la lettura di grandi quantità di dati.
Una visione simile riguardo l’utilizzo dell’AI libera tempo e attenzione alla relazione terapeutica, con l’obiettivo di ritrovare e valorizzare il rapporto umano, sinonimo di “io ti ascolto”! L’AI può filtrare e organizzare le richieste dei cittadini, distinguendo tra bisogni amministrativi, informativi e clinici, producendo un primo quadro che aiuta il medico o l’infermiere a inquadrare più rapidamente la situazione. Allo stesso modo, sistemi capaci di analizzare referti, note cliniche e dati eterogenei possono proporre un patient summary più completo e aggiornato, che diventa la base per un colloquio più mirato con il paziente. La qualità della relazione non è un effetto collaterale: è la ragione per cui la tecnologia viene introdotta.
Proprio per questo le Linee di indirizzo sottolineano che ogni soluzione andrebbe progettata insieme ai professionisti dei diversi contesti (dal radiologo al medico di medicina generale, dall’infermiere di reparto all’infermiere di famiglia) evitando modelli standardizzati che non tengono conto delle specificità reali dei flussi di lavoro. La tecnologia deve adattarsi alla pratica clinica, non il contrario.
Comunicazione, fiducia e ruolo attivo del paziente
La fiducia, tradizionalmente legata alla figura del singolo medico o operatore sanitario, oggi si estende all’intero sistema che integra algoritmi, piattaforme e regole. Perché questa fiducia sia possibile, il documento indica alcuni elementi essenziali: trasparenza sugli strumenti utilizzati, possibilità di verificarne il funzionamento e indicatori semplici per leggere il grado di affidabilità delle raccomandazioni.
È qui che la comunicazione clinica, già centrale nella pratica quotidiana, assume un significato nuovo. Alcuni passaggi sono particolarmente rilevanti per gli operatori:
- spiegare al paziente se e come viene utilizzata l’AI nel suo percorso, chiarendo che si tratta di un supporto al giudizio clinico e non di una “macchina che decide”;
- usare gli output degli algoritmi come base per un processo di decisione condivisa, discutendo con l’utente le opzioni, i benefici e i limiti di ciò che il sistema propone;
- lavorare sulla health literacy digitale, aiutando le persone a comprendere perché una chatbot pone certe domande o quali dati servono, per ridurre abbandoni e resistenze nei percorsi digitali.
Il cittadino viene quindi considerato parte attiva del processo decisionale supportato dall’AI, non un destinatario passivo di indicazioni tecniche. La qualità della comunicazione determina in larga misura la qualità della fiducia.
Patient summary e scambio informativo
Uno dei capitoli più concreti per la pratica clinica riguarda il patient summary, il riassunto essenziale ma aggiornato del quadro clinico. La sua redazione è spesso lunga e faticosa, ma indispensabile per continuità assistenziale, sicurezza e coordinamento tra professionisti. Le Linee di indirizzo richiamano le evidenze secondo cui sistemi di AI (in particolare modelli di linguaggio di grandi dimensioni) sono in grado di sintetizzare note cliniche, referti e dialoghi medico‑paziente producendo riassunti spesso giudicati equivalenti o superiori a quelli umani in termini di completezza e chiarezza. L’AI può lavorare con due approcci principali: estrarre ciò che conta dai testi esistenti oppure riformulare i contenuti in forma più leggibile, mantenendo coerenza e riducendo omissioni.
Per chi opera nelle strutture o sul territorio questo significa, in prospettiva, arrivare all’incontro con il paziente con una visione già strutturata della storia clinica, potendo usare il tempo insieme non per ricostruire dati ma per esplorarli, spiegarli, negoziare le scelte. Resta però decisivo lo sguardo critico del professionista, chiamato a verificare i riassunti, colmare i vuoti, tradurre il linguaggio tecnico in parole comprensibili.
Equità, prossimità e fragilità digitali
La trasformazione digitale non è neutrale rispetto alle disuguaglianze di salute. Le Linee di indirizzo insistono sul fatto che l’AI deve diventare uno strumento di equità, non un fattore che accentua i divari tra chi ha accesso a infrastrutture e competenze digitali e chi ne è privo. Televisita, telemonitoraggio, sistemi intelligenti portatili e assistenti vocali possono portare assistenza qualificata nelle aree interne, nelle RSA, al domicilio, facilitando la presa in carico di anziani, cronici e persone con difficoltà di mobilità. Tablet e smartphone integrati con cartelle cliniche e Fascicolo Sanitario Elettronico permettono, durante la visita, di raccogliere dati, applicare scale validate e pianificare interventi personalizzati, con aggiornamento in tempo reale dei sistemi.
Al tempo stesso il documento richiama con forza il tema della fragilità digitale, che riguarda sia cittadini sia operatori. Senza investimenti in formazione, supporto operativo e dispositivi adeguati, il rischio è quello di un “AI divide”, con tecnologie avanzate accessibili solo a chi possiede risorse e competenze. Figure come l’infermiere di famiglia e di comunità vengono indicate come ponte tra tecnologia e persona, cruciali per accompagnare le famiglie, superare barriere e mantenere la relazione di cura anche nei percorsi digitali.
Privacy, consenso e governance condivisa
La protezione del dato sanitario è descritta come una condizione di base per qualsiasi uso dell’AI in sanità. Le Linee richiamano il principio di privacy by design: ogni soluzione dovrebbe nascere con meccanismi di minimizzazione dei dati, anonimizzazione o pseudonimizzazione, protezione da accessi non autorizzati e ruoli di responsabilità chiaramente definiti. Il consenso all’uso dei dati, sia per la cura sia per la ricerca, viene presentato come un processo da rendere trasparente, comprensibile e integrato digitalmente, non come un modulo da far firmare. L’idea è che il cittadino accetti di condividere dati sensibili perché ne comprende l’utilità per sé e per la collettività, vede le tutele in atto e riconosce un sistema che dà conto delle proprie scelte.
Su questo sfondo si colloca il tema della governance partecipata: clinici, infermieri, professionisti della riabilitazione, tecnologi, decisori istituzionali e rappresentanze dei cittadini dovrebbero sedere agli stessi tavoli quando si progettano, si introducono e si valutano soluzioni di AI. Non solo per ragioni etiche, ma perché senza questa pluralità di sguardi il rischio è quello di introdurre strumenti che funzionano bene sui documenti, ma poco nella pratica quotidiana.
Conclusioni
Il documento «condiviso» e «sottoscritto» dalle principali Federazioni nazionali sanitarie si colloca in un contesto emergente, ma già ben strutturato, all’interno del quale l’AI può diventare un fattore di qualità a supporto ed integrazione della compagine sanitaria. Formazione, comunicazione chiara con il paziente, attenzione alle fragilità digitali e partecipazione dei professionisti ai processi di progettazione sono le leve che possono permettere di usare questi strumenti in modo responsabile, mantenendo al centro la persona e la fiducia che lega chi cura e chi è curato.
