Il medico di famiglia è sotto pressione

Tra carenza di medici, burocrazia crescente e caos prescrittivo, la medicina generale rischia di perdere il suo ruolo centrale nel SSN
Tra carenza di medici, burocrazia crescente e caos prescrittivo, la medicina generale rischia di perdere il suo ruolo centrale nel SSN

Questo articolo non rappresenta una difesa corporativa ma vuole offrire un’analisi dei problemi attuali della medicina di base che, se n parla da 30 anni, dovrebbe essere il fulcro per il funzionamento di quel territorio che dovrebbe ridurre il carico ospedaliero e un allungamento della vita in buona salute dei cittadini. Tuttavia, tra carenza di colleghi, burocrazia, aspettative crescenti e riforma della medicina di base la medicina generale rischia il collasso.

Il Medico di Medicina Generale (MMG) resta, nei sondaggi, una delle figure più riconosciute e apprezzate del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). È il primo interlocutore del cittadino, il punto di accesso alle cure, spesso l’unico presidio sanitario stabile nei territori più fragili. Eppure, mai come oggi, la medicina generale attraversa una fase di profonda difficoltà, segnata da carichi di lavoro crescenti, carenze strutturali e un modello organizzativo che fatica ad adattarsi ai nuovi bisogni di salute.

Il primo problema è numerico. Migliaia di MMG hanno raggiunto o stanno raggiungendo l’età pensionabile, mentre il ricambio generazionale non riesce a tenere il passo. In molte aree del Paese, soprattutto nelle periferie urbane e nelle zone interne, trovare un MMG è diventato difficile. Il risultato è un aumento del numero di assistiti per ciascun medico, spesso ben oltre la soglia ottimale, con ricadute evidenti sulla qualità del rapporto di cura.

Burocrazia, pressione sociale e riforme contestate

A questo si aggiunge il peso della burocrazia, che la digitalizzazione, ha aumentato anziché ridurla. Certificazioni, piani terapeutici, ricette, adempimenti amministrativi, comunicazioni con Asl e Inps occupano una parte sempre maggiore della giornata lavorativa. Tempo sottratto all’ascolto, alla prevenzione, alla gestione clinica. La digitalizzazione, che avrebbe dovuto semplificare i processi, si è spesso tradotta in una moltiplicazione di piattaforme non integrate, con aggravio di lavoro e responsabilità.

Nel frattempo, il rapporto con i pazienti è diventato più complesso. L’accesso immediato alle informazioni online, le liste d’attesa, le difficoltà del sistema pubblico e le aspettative di risposte rapide scaricano sul medico di famiglia una pressione crescente. Il MMG diventa il luogo in cui si concentrano frustrazioni, richieste improprie, urgenze percepite, con un aumento del rischio di stress professionale che si riversa anche sui giovani che preferiscono altre specializzazioni.

Sul piano contrattuale, la medicina generale vive una persistente ambiguità con una riforma in discussione che, anziché concertare, impone. È un modello che, a mia memoria, non ha precedenti e rischia di provocare un corto circuito istituzionale che, come sempre pagheranno i pazienti. Il rischio, oggi, non è solo la crisi di una categoria, ma l’indebolimento di un pilastro del sistema. Senza un deciso investimento sulla medicina generale, la sanità territoriale rischia di restare un progetto incompiuto. E con essa, la promessa di un servizio sanitario davvero vicino ai bisogni delle persone.

Il nodo delle prescrizioni e il “corto circuito” organizzativo

Un nodo particolarmente critico riguarda il tema delle prescrizioni. Il MMG è formalmente il principale prescrittore del sistema, ma nella pratica molte indicazioni terapeutiche provengono da specialisti e strutture ospedaliere. Tuttavia, la responsabilità finale della ricetta (e quindi della spesa e degli indicatori di appropriatezza) ricade quasi sempre sul MMG. Questo squilibrio alimenta tensioni professionali e contribuisce alla percezione, talvolta diffusa, di una presunta iperprescrizione che non sempre rispecchia le reali dinamiche cliniche.

Infatti, c’è una scena che si ripete ogni giorno negli ambulatori dei MMG italiani. Il paziente arriva con un referto specialistico in mano, spesso redatto in una struttura pubblica o convenzionata. La diagnosi è chiara, la terapia indicata con precisione. Manca solo una cosa: la ricetta elettronica. «Me l’ha detto lo specialista: deve farla il MMG». Da quel momento, la responsabilità (clinica, amministrativa e talvolta anche legale) passa tutta sulle spalle del MMG.

È un passaggio apparentemente tecnico, ma che negli anni ha contribuito ad alimentare una delle contraddizioni più evidenti del SSN: mentre ai MMG viene imputato un eccesso di prescrizioni, una parte consistente di quelle ricette nasce altrove, per delega implicita o esplicita. C’è quindi un corto circuito nella prescrizione. Il sistema della ricetta dematerializzata, introdotto per semplificare e tracciare, avrebbe dovuto rendere più lineare il percorso di cura. Invece, in molti casi, ha creato un corto circuito organizzativo. Lo specialista visita, diagnostica, indica un farmaco o un esame; il MMG traduce quell’indicazione in una prescrizione rimborsabile dal SSN.

Responsabilità, appropriatezza e qualità delle cure

Il punto non è la collaborazione, essenziale e irrinunciabile, tra territorio e specialistica. Il punto è che, troppo spesso, lo specialista non utilizza direttamente gli strumenti prescrittivi di cui sarebbe dotato, demandando sistematicamente al MMG l’atto finale. Un atto che, nei sistemi di monitoraggio regionali e nazionali, risulta formalmente come “prescrizione del MMG”.

Ma non è cattiva fede degli specialisti, le ragioni per cui molti (specialisti) non prescrivono direttamente sono diverse. Nella maggioranza dei casi si tratta di limiti organizzativi: ambulatori senza accesso pieno ai sistemi regionali o software non aggiornati. In altri casi, la spiegazione è più sfumata: evitare conflitti con il MMG, non entrare nel perimetro dei tetti di spesa, o semplicemente seguire una prassi consolidata.

Negli ultimi anni, in diverse Regioni, i MMG hanno ricevuto comunicazioni formali: richiami, confronti con benchmark di spesa, talvolta vere e proprie contestazioni. L’accusa è quella di iperprescrivere farmaci, in particolare nelle aree della cronicità. Ma chi conosce il lavoro quotidiano dei MMG sa che una quota rilevante di quelle prescrizioni deriva da piani terapeutici, indicazioni specialistiche, follow-up ospedalieri. Il MMG resta la colonna portante del SSN. Ma un pilastro, per reggere, non può essere caricato di pesi che non ha contribuito a generare. Rimettere coerenza tra decisione clinica e atto prescrittivo non è una rivendicazione corporativa: è una condizione minima di giustizia professionale e di qualità delle cure.

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di Enzo Chilelli

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