Il terzo settore rappresenta oggi uno degli ambiti più dinamici del welfare italiano, con una crescita che negli ultimi anni ha cambiato la fisionomia dei servizi alla persona e ridefinito i confini tra assistenza pubblica e iniziativa civica. Questa evoluzione non riguarda solo il numero delle organizzazioni attive, ma investe anche la qualità e la specializzazione degli interventi, con la comparsa di figure professionali nuove la cui definizione normativa è ancora in corso. Il periodo successivo alla pandemia da Covid-19 ha accelerato questo processo, rendendo visibili lacune preesistenti nel sistema di risposta ai bisogni sociali e sanitari, e spingendo molte realtà associative a strutturarsi in modo più articolato per farvi fronte. Il rapporto tra terzo settore, sanità pubblica e cittadino diventa così un nodo centrale del dibattito sul welfare contemporaneo.
Silvana De Antoniis, psicoterapeuta e responsabile del progetto Parliamone Insieme, descrive come la propria associazione si sia inserita esattamente in questo spazio, raccogliendo una domanda di aiuto che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), pur impegnato al massimo delle proprie capacità, non riesce a soddisfare in modo capillare. Lo sportello è attivo ventiquattro ore su ventiquattro, raggiungibile sia telefonicamente sia via mail, e si occupa di alcune delle emergenze sociali più diffuse: bullismo, cyberbullismo e violenza di genere. Il servizio opera sul territorio romano e della provincia, orientando chi si rivolge allo sportello verso le risorse disponibili localmente, con un lavoro che coniuga ascolto, prevenzione e conoscenza del tessuto territoriale.
Prevenzione, formazione e priorità per il 2026
Il fulcro dell’approccio descritto da De Antoniis è la prevenzione, intesa come intervento precoce su situazioni che rischiano di restare sottotraccia fino a diventare patologie conclamate. I disturbi alimentari rappresentano un esempio significativo di come il disagio possa svilupparsi in silenzio, senza che la persona o la famiglia riconoscano la necessità di chiedere aiuto. Intervenire prima che si arrivi alla clinica vera e propria ha un valore non solo terapeutico ma anche economico, riducendo i costi che un trattamento tardivo comporta sia per le famiglie sia per il sistema sanitario nel suo complesso. In questo senso il terzo settore non si pone in alternativa al pubblico, ma come complemento strutturale capace di raggiungere dove i servizi ordinari non arrivano.
Le priorità che le associazioni intendono mantenere nel 2026 sono la presenza costante sul territorio, l’ingresso nelle scuole, la formazione rivolta agli specialisti del settore educativo e clinico e, più in generale, agli ambienti di lavoro dove si trovano i genitori. Il terzo settore, in questa prospettiva, agisce anche come agente formativo, contribuendo a diffondere competenze e strumenti di lettura del disagio tra chi lavora a stretto contatto con le persone più vulnerabili. La parola chiave che emerge è la continuità: non interventi episodici, ma una presenza duratura e riconoscibile nei luoghi dove la domanda di aiuto si forma.
