La non autosufficienza in Italia: un sistema al collasso

Capurso (ANASTE) denuncia un sistema che scarica le cure sulle famiglie, ignora le tecnologie e nasconde 200.000 posti letto abusivi
Capurso (ANASTE) denuncia un sistema che scarica le cure sulle famiglie, ignora le tecnologie e nasconde 200.000 posti letto abusivi

L’Italia assiste meno di 300.000 anziani nelle strutture residenziali, a fronte di quasi quattro milioni che avrebbero bisogno di cure continuative. Un divario enorme, aggravato da rette bloccate, posti letto insufficienti e un Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027 che, secondo Sebastiano Capurso, Presidente dell’Associazione Nazionale delle Strutture Territoriali (ANASTE), arriva con risorse dimezzate rispetto al necessario e con una visione ancora confusa tra assistenza sanitaria e sociale. Il Presidente ANASTE descrive un sistema che scarica il peso delle cure sulle famiglie, ignora le nuove tecnologie e produce oltre 200.000 posti letto abusivi che le istituzioni fanno finta di non vedere.

Quanti sono davvero gli anziani non autosufficienti in Italia e quanti ne assistiamo?

«Noi ci concentriamo su quei 3.800.000 anziani che avrebbero bisogno di un’assistenza continuativa e diretta: di questi lo Stato ne assiste meno di 300.000, quindi intorno all’8% nelle strutture residenziali. E questa è già una prima importante considerazione: il numero di anziani che noi assistiamo nelle strutture residenziali è di gran lunga inferiore a quello di tutti i paesi sviluppati e tende, necessariamente, ad aumentare nel corso degli anni. Il numero di anziani che dovrebbero essere nelle strutture residenziali perché hanno necessità di assistenza continuativa è in continuo aumento. Aver messo risorse per toglierli dalle strutture e riportarli a casa, in mancanza di un supporto e di una organizzazione tecnica che a domicilio possa funzionare, è stato uno dei tanti errori del PNRR».

Un errore che si ripete: «Il nuovo decreto individua quasi il settore residenziale come il fallimento dell’assistenza a domicilio, mentre il settore delle cure di lungo termine è un setting assistenziale autonomo e deve essere riconosciuto come tale». Siamo perciò ancora lontani da una visione corretta di questo mondo.

Al di là dei numeri ufficiali, esiste poi una domanda sommersa di proporzioni inquietanti, perché «nel maggio 2021, in piena pandemia, ci fu una conferenza stampa del Ministro Speranza, di Monsignor Paglia e del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri: fu dato incarico ufficiale dal Ministero della Salute all’Arma dei Carabinieri per fare una ricognizione delle strutture esistenti e di come lavoravano. Ora, siamo nel 2026: ne sono passati cinque di anni dal 2021 e questo report non è disponibile. L’ho chiesto formalmente all’Arma, che mi ha risposto dicendo che il report era stato ultimato e consegnato al Ministero. Ho scritto quindi al Ministero ma nessuno mi ha risposto». Le anticipazioni ricevute da alcuni componenti di quella commissione parlano di oltre 200.000 posti letto abusivi individuati dai Carabinieri. «Noi facciamo finta di non vederli, mentre altri paesi europei hanno preso atto di questa situazione e si sono dotati delle strutture necessarie per assisterli».

Il Presidente ANASTE Sebastiano Capurso

Qual è il costo reale dell’assistenza e chi lo paga?

«A fronte di una spesa che va intorno ai sei miliardi di euro all’anno per questi anziani, ce ne vorrebbero almeno altrettanti per rilanciare tutto questo settore. Parliamo di aumentare il numero di posti letto e rendere l’assistenza domiciliare effettivamente un’alternativa, almeno in alcune fasi iniziali della non autosufficienza». Lo stesso importo era già stato individuato dal Patto per un Nuovo Welfare come necessario per mettere a regime le iniziative della Legge Delega 33. «Di quelle non ne è partita nessuna, perché risorse non ne sono state dedicate. Siamo sostanzialmente al punto di partenza: un’enorme quota di domanda non soddisfatta ricade sulle famiglie, che devono pagarsi le rette integralmente di tasca loro, molto spesso in strutture non adeguate per quel tipo di utenza».

Le conseguenze ricadono sull’intero sistema sanitario, infatti «oltre il 77% degli anziani nei reparti di medicina ha più di 70 anni: sono tutti anziani con riacutizzazioni di malattie croniche, siano esse cardiovascolari o respiratorie, che non avendo alternative finiscono in ospedale. Tuttavia l’ospedale non rappresenta un approdo favorevole ma una fonte di ulteriore non autosufficienza».

Il ricovero peggiora la deambulazione, accelera la sarcopenia, favorisce le lesioni da decubito. «Oltre due milioni e mezzo di giornate di degenza improprie ogni anno nei reparti di medicina comportano un costo enorme e più danni che benefici. Mi pare che anche questo aspetto non sia minimamente preso in considerazione da chi governa questi sistemi».

Il Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027: cosa non va?

«Siamo di fronte al solito sistema: si fanno tanti discorsi, ma poi la sostanza rimane quella. Le risorse sono assolutamente insufficienti per fare tutto quello che c’è scritto nel Piano. Ancor di più per fare tutto quello che sarebbe necessario fare. Con queste risorse non si va da nessuna parte». I tre miliardi stanziati per il triennio andrebbero quantomeno raddoppiati secondo Capurso.

Ciononostante, il problema non è solo quantitativo: «Questo piano continua a trattare il problema della non autosufficienza come se fosse un problema sociale. Non è un problema sociale: è un problema di tipo sanitario. Noi stiamo parlando di malati cronici che devono essere assistiti dal Servizio Sanitario Nazionale, non dai comuni con attività di assistenza domiciliare sporadica o con altri tipi di assistenza di basso livello. Volerli spingere in questo modo nel settore sociale a tutti i costi non va bene».

Nel piano mancano i Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali: «Non sappiamo quanti posti letto in casa di riposo, in comunità alloggio o in RSA esistono, nè quanti e quale tipo di assistenza domiciliare si voglia fare. Molte parole, poca sostanza. Mancano le risorse, l’individuazione delle prestazioni e non c’è nulla che chiarisca la presa in carico e la continuità assistenziale tra sanitario e sociale».

Le nuove tecnologie e il gap del Sud: due urgenze ignorate

«Sulle tariffe delle RSA non si accenna nemmeno una parola, ma queste sono tariffe ferme o adeguate con cifre irrisorie da moltissimi anni, soprattutto per i pazienti con demenza. Le sentenze della Corte di Cassazione dicono che i pazienti con demenza devono essere assistiti al 100% dal Servizio Sanitario Nazionale: questa cosa è assolutamente disattesa. Sta creando un contenzioso enorme, tramite centinaia e centinaia di cause in tutta Italia, che rischia di mettere sottosopra questo settore in modo drammatico e definitivo. Noi lo segnaliamo da tre anni, in mille convegni, in mille comunicati. Ma questa cosa non viene recepita».

Sul fronte tecnologico il decreto è altrettanto carente. «L’unica salvezza di questo settore sta nell’integrazione di nuove tecnologie, che non sono un lusso o un gadget: sono l’essenza dell’assistenza che faremo nel futuro, perché non c’è personale, nè la possibilità di reclutarlo e pagarlo quanto merita. Sistemi di controllo, sensori, teleassistenza, telemedicina, digitalizzazione amministrativa: nel decreto non se ne parla praticamente per nulla. Di intelligenza artificiale e robotica, invece, non c’è nemmeno l’ombra. Stiamo ancora a discutere di virgole sulle leggi e perdiamo il treno dell’evoluzione tecnologica. Siamo indietro di vent’anni su questo aspetto».

Il divario geografico è la terza grande frattura. «La Lombardia ha circa 66.000 posti di RSA, mentre il Lazio, con circa la metà dei residenti, ne ha poco più di 6.000. In Campania la situazione è ancora peggiore. Il paese è spezzato dal Nord al Centro-Sud con una differenza enorme e non c’è nessun interesse, nessun movimento per poter cambiare. Forse solo la Lombardia sta ai livelli europei: tutti gli altri stanno indietro, molti molto indietro».

A questo si somma la frammentazione istituzionale. «Noi abbiamo otto enti che contemporaneamente si dovrebbero occupare di queste cose, ognuno con fonti di finanziamento in parte autonome e in parte sovrapposte. Finché non si va su un binario unico di valutazione, di finanziamento e di capacità operativa, non si andrà da nessuna parte».

L’appello di ANASTE

«Se non si cambia un po’ la mentalità, non abbiamo una via d’uscita da questa situazione», questo è il messaggio che Capurso vuole lanciare. La proposta concreta è una copertura assicurativa obbligatoria per le cure di lungo termine: «Le rette sono di gran lunga superiori alla gran parte delle pensioni: il settore sarà nell’impossibilità di garantire l’assistenza. Bisogna pensarci oggi, con una copertura che venga dai contratti, dallo Stato, da un sistema assicurativo parallelo, dalla rinuncia a un giorno di ferie da parte di tutti i lavoratori come hanno fatto altri paesi. È necessario trovare una fonte di finanziamento affinchè questo settore sia in grado di garantire le cure nei prossimi anni».

Il quadro demografico rende questa urgenza ancora più pressante. «La gran parte delle famiglie degli anziani sono famiglie monocomponente, o al massimo con due componenti spesso nelle medesime condizioni di non autosufficienza. Non ci sono giovani per risolvere la crisi demografica, specialmente nella possibilità economica di supportare i loro anziani».

E il confronto con chi governa continua a mancare. «Questo decreto è stato presentato senza alcun tipo di confronto con le organizzazioni che si occupano di questo settore, noi non siamo stati nemmeno consultati. Continuare a fare queste riforme dentro gli uffici, senza confrontarsi con la realtà del territorio, porta a norme irrealizzabili o impraticabili. Un esempio è rappresentato dalla gestione del PNRR, fatta da chi non sapeva nulla di questo settore». La conclusione è amara ma netta: «Noi camminiamo a uno all’ora e il mondo va a cento all’ora. Dobbiamo garantire la dignità delle cure e la dignità della vecchiaia».

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di Arrigo Bellelli

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