In Italia si registrano circa 68.000 casi di embolia polmonare a fronte di sole 38.000 ospedalizzazioni. Questo scarto indica un ampio sommerso diagnostico: molti casi non vengono intercettati o correttamente codificati dal sistema sanitario. L’embolia polmonare deve diventare una priorità dell’agenda politico-istituzionale, garantendone l’integrazione nel Piano Cardiovascolare, favorendo altresì il dialogo tra decisori politici, clinici e associazioni di pazienti.
È quanto emerso dall’evento appena conclusosi alla Sala Nassirya del Senato dal tema “Dalla diagnosi alle politiche sanitarie: un impegno comune contro l’embolia polmonare”, su iniziativa della Senatrice della Lega Elena Murelli, Segretario di Presidenza del Senato. L’incontro ha evidenziato l’importanza di creare una maggiore consapevolezza istituzionale, clinica e sociale sull’embolia polmonare, patologia cardiovascolare grave ma ancora sottodiagnosticata e caratterizzata da percorsi di diagnosi e trattamento non uniformi sul territorio nazionale.
Una patologia dinamica, eterogenea e recidivante
«Con il 15% di tasso di mortalità l’embolia polmonare è la terza patologia dopo infarto e ictus a causare il maggior numero di decessi» ha sottolineato la Sen. Murelli. La sua iniziativa ha inoltre evidenziato come l’embolia polmonare sia una patologia dinamica per cui il paziente può peggiorare in poche ore. Per questo, secondo le linee guida della European Society of Cardiology, ogni ora guadagnata dal triage al trattamento riduce la mortalità del 5%. È stato successivamente fatto notare il paradosso italiano: a fronte di 14.000 pazienti all’anno potenzialmente candidabili a trattamenti percutanei, quindi mini-invasivi, solo 500 sono state le procedure interventistiche eseguite nel 2024.
Inoltre, come ha ricordato Francesco Vigorito dell’ANMCO (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri) «la tromboembolia polmonare è una patologia cardiovascolare frequente gravata da un’elevata mortalità, che può superare il 30% nelle forme ad alto rischio. La presentazione clinica eterogenea e spesso aspecifica rende la diagnosi complessa: solo un sospetto precoce e l’avvio immediato della terapia consentono di migliorare la prognosi e ridurre la mortalità».
Cecilia Becattini, Presidente eletto SIMI (Società Italiana di Medicina Interna), ha parlato di «un recente studio clinico, condotto in 182 ospedali italiani su 5213 pazienti con embolia polmonare acuta, ha dimostrato che sono pazienti complessi, non solo per la severità della patologia, ma anche per l’elevata prevalenza di comorbidità e i rischi connessi con il trattamento. L’embolia polmonare non è solo un killer silenzioso ma anche una malattia cronica e recidivante, che può evolvere in una patologia polmonare post-embolica».
Le azioni di governance
La Sen. Murelli ha messo in risalto come «prima si diagnostica e prima si può intervenire. Occorre quindi intervenire su tre direzioni. La prima: tracciabilità. Siamo nel 2026, pertanto è fondamentale raccogliere in un registro nazionale e nel fascicolo sanitario elettronico i dati dei pazienti. L’interoperabilità dei dati sanitari è un tassello essenziale per ottimizzare i percorsi di cura e garantire continuità assistenziale. La seconda: sostenibilità. L’innovazione deve essere accessibile a tutti. Non ci sono possono essere pazienti di serie A e di serie B, non ci possono essere differenze non solo tra regione a regione ma anche tra Pronto Soccorso e pronto Soccorso. Terza: reti tempo dipendenti a favore di percorsi di diagnosi e cura chiari e tempestivi».
In qualità di Presidente dell’Intergruppo Parlamentare per le malattie cardio, cerebro e vascolari, ha successivamente espresso grande soddisfazione per gli esiti dell’incontro, ringraziando il Prof. Mennini per la disponibilità manifestata ad avviare un tavolo di confronto strutturato con istituzioni, società scientifiche e associazioni di pazienti, con l’obiettivo di costruire un percorso condiviso che porti all’inserimento nel Piano Nazionale Cardiovascolare dell’embolia polmonare.
La forza di una rete multidisciplinare
Deve immancabilmente far parte di questa equipe multidisciplinare il radiologo interventista stando a quanto dichiarato da Gianpaolo Carrafiello, Presidente eletto Sezione Radiologia vascolare ed interventistica SIRM (Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica): «In uno scenario multidisciplinare strutturato, facendo riferimento al Pulmonary Embolism Response Team (PERT), il radiologo interventista partecipa attivamente al processo decisionale condiviso, fornendo un contributo specialistico essenziale nella scelta della strategia terapeutica più appropriata. La radiologia riveste un ruolo centrale sia nella fase diagnostica sia in quella terapeutica. La sua integrazione nei percorsi organizzativi hub and spoke consente inoltre di ottimizzare l’accesso alle procedure avanzate nei centri di riferimento, migliorando gli esiti clinici».
«Per SIMEU – ha poi riferito Alessandro Riccardi, Presidente SIMEU (Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza) – è urgente rendere standard i percorsi multidisciplinari nella tromboembolia polmonare. Il medico d’emergenza deve essere il case manager, dal pre-ospedaliero all’ospedale, garantendo cure omogenee e basate sulle evidenze, in un’ottica di hub e spoke. Per colmare le attuali disparità serve formazione, ma anche che le istituzioni riconoscano la necessità di una rete integrata specifica per questa patologia».
In aggiunta, secondo la Dott.ssa Becattini, siccome l’embolia polmonare è una malattia cronica e recidivante che può evolvere in una patologia polmonare post-embolica «la Medicina Interna, essendo la specialità con il maggior numero di ricoveri e posti letto (in Italia ci sono 1052 Unità con poco meno di 30.000 posti letto e circa un milione di ricoveri per acuti annuali) va vista come un flusso di cura che accoglie il paziente acuto direttamente dai Pronto Soccorso, fungendo da raccordo tra ricovero e territorio».
Una presa in carico disomogenea
Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento al Ministero della Salute della programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Servizio sanitario nazionaleha evidenziato la «necessità di un raccordo maggiore tra società scientifiche, pazienti e istituzioni» per garantire diagnosi precoci e percorsi di cura efficienti. Come già avvenuto per altre patologie, uno dei prossimi step da raggiungere è «ridurre l’eterogeneità territoriale attraverso un approccio multidisciplinare che comprende anche la formazione».
Per Chiara Fraccaro, membro della GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) «i trattamenti transcatetere per l’embolia polmonare, supportati da evidenze scientifiche e linee guida, rappresentano opzioni terapeutiche da garantire nel percorso di cura, soprattutto se la terapia farmacologica non è applicabile o risulta insufficiente. Tuttavia, la loro adozione resta disomogenea sul territorio. L’assenza di una codifica dedicata impedisce tracciabilità e governance, compromettendo una rete sostenibile e l’equità di accesso alle cure».
Proprio su un accesso equo alle cure ha insistito Nicola Merlin, Presidente FEDER – A.I.P.A. (Federazione delle Associazioni Italiane dei Pazienti Anticoagulati) «è imprescindibile garantire uniformità di trattamento nell’embolia polmonare su tutto il territorio nazionale. La presa in carico deve essere concreta, attraverso l’adozione di PDTA chiari e condivisi, che permettano di individuare i centri in cui il percorso di cura è già strutturato e basato sulle migliori evidenze scientifiche. Potenziare la rete dei centri antitrombosi e fare riferimento a linee guida in continuo aggiornamento significa offrire ai pazienti una bussola certa, valorizzando le eccellenze e colmando le criticità ancora presenti, per garantire a tutti la terapia più appropriata».
