Oltre la metà dei Pronto Soccorso fa ancora utilizzo di gettonisti

Con il Decreto legge 34/2023 l’impiego dei cosiddetti gettonisti è stato fortemente circoscritto: ammesso solo in via temporanea ed eccezionale, il provvedimento ha avviato la progressiva dismissione dei contratti con cooperative di medici e vietato nuove esternalizzazioni prive di adeguata giustificazione. Stando ai dati dell’indagine della Federazione dei medici internisti

«Il rischio di desertificazione degli ospedali italiani è dietro l'angolo» afferma il Presidente Fadoi Montagnani

Con il Decreto legge 34/2023 l’impiego dei cosiddetti gettonisti è stato fortemente circoscritto: ammesso solo in via temporanea ed eccezionale, il provvedimento ha avviato la progressiva dismissione dei contratti con cooperative di medici e vietato nuove esternalizzazioni prive di adeguata giustificazione. Stando ai dati dell’indagine della Federazione dei medici internisti ospedalieri (Fadoi), nelle Unità operative di medicina interna il fenomeno risulta ormai residuale: meno del 20% delle strutture vi ricorre ancora in qualche misura. Ben diversa la situazione nei pronto soccorso, dove la quota sale al 54,8%, segnale diretto di una carenza di organico che più del 57% dei medici indica come priorità assoluta di intervento.

L’indagine

Il quadro che emerge sul fronte del benessere professionale è altrettanto preoccupante. Il 65% dei medici dichiara di aver vissuto almeno un episodio di burnout, mentre la fuga dal Servizio Sanitario Nazionale assume proporzioni concrete: il 25% dei medici valuta il prepensionamento, il 20% considera il passaggio al settore privato e il 10% guarda a opportunità di lavoro all’estero.

«I risultati dell’indagine – ha commentato Andrea Montagnani, Presidente della Fadoi – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale. Carichi di lavoro a volte insopportabili e incompatibili con un minimo di vita privata e familiare, scarse aspettative di carriera e condizioni contrattuali non degne della professione hanno già spinto circa 12mila medici negli ultimi anni ad abbandonare il servizio pubblico. Un vuoto che diventerebbe voragine se ora decidesse di passare dalle intenzioni ai fatti soltanto un terzo di quel 55% che ha manifestato l’idea di lasciare o per il pensionamento anticipato o per il privato oppure per l’estero».

La testimonianza

La trasmissione di Rai3 ReStart alla fine dello scorso anno ha portato alla ribalta la storia di un medico gettonista, rimasto anonimo, che districandosi fra gli ospedali di Marche, Emilia-Romagna e Veneto per periodi di 15-20 giorni ognuno è in grado di guadagnare fino a €1200 per un singolo turno di 12 ore. In questo modo è passato da guadagnare dai €3.000 ai €3.500 netti mensili fino ad addirittura €20.000 lordi. Il gettonista ha riferito ai microfoni che ha lasciato il suo precedente posto fisso perché il carico di lavoro era troppo pesante. L’intervistato lamenta anche un rapporto con i pazienti sempre più difficile e le sempre più frequenti aggressioni al personale sanitario supportano il suo reclamo.

Come uscirne

«Come uscire da questa situazione – ha proseguito Montagnani – ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità quella di assumere personale e creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne, che più di altre specialità si fanno carico di pazienti fragili e complessi. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte».

Le Case di Comunità possono essere un’altra possibile risposta. Purtroppo, però, Il quadro che emerge dal report Agenas sul loro monitoraggio è tutt’altro che incoraggiante. Delle 1.723 Case di Comunità programmate, solo 660 risultano attive con almeno un servizio al primo semestre 2025, pari al 38% del totale. Quelle pienamente operative presenti sono appena 46: meno del 3%. Al Sud i ritardi sono drammatici: Abruzzo, Campania e Basilicata registrano zero strutture attive. Anche gli Ospedali di Comunità arrancano: attivi solo 153 su 592 previsti, circa il 25%.

Finanziate con due miliardi del PNRR, le Case di Comunità dovrebbero ospitare fianco a fianco medici di famiglia e specialisti ambulatoriali. La proposta di decreto Schillaci aprirebbe però anche ai medici dipendenti, un cambiamento di profilo professionale che nell’indagine Fadoi incontra l’interesse del 18,8% degli internisti. Una percentuale significativa: i medici di medicina interna, per la loro visione integrata del paziente con pluricronicità, figurano tra gli specialisti ospedalieri potenzialmente più adatti a rafforzare l’assistenza nelle nuove strutture territoriali, a condizione che queste strutture esistano davvero e funzionino.

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di Arrigo Bellelli

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