Vivere più a lungo non basta: la vera sfida è aumentare gli anni vissuti in buona salute. In quest’ottica, la prevenzione cardiometabolica rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, metaboliche e delle condizioni che compromettono qualità della vita e autonomia con l’avanzare dell’età.
Dall’alimentazione all’attività fisica, dal controllo dei fattori di rischio all’impiego mirato dei nutraceutici, la ricerca sta offrendo nuove opportunità per costruire percorsi di salute sempre più personalizzati.
Ne abbiamo parlato con il Professor Arrigo Cicero, tra i massimi esperti del settore: Professore presso il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna, Direttore della Scuola di Specializzazione in Nutrizione Umana, Presidente della Società Italiana di Nutraceutica e responsabile dell’Unità di Ricerca su Aterosclerosi e Malattie Metaboliche presso l’Policlinico Sant’Orsola-Malpighi.
Da anni si occupa di prevenzione cardiovascolare, nutrizione clinica, nutraceutica e gestione delle malattie metaboliche, ambiti nei quali rappresenta uno dei principali punti di riferimento a livello nazionale e internazionale.
Quali sono oggi le priorità della prevenzione cardiometabolica se l’obiettivo non è solo ridurre il rischio cardiovascolare, ma anche favorire una longevità in buona salute?
La priorità è intervenire prima che il danno diventi clinicamente evidente. Non dobbiamo pensare solo a prevenire infarto e ictus, ma a preservare nel tempo funzione vascolare, metabolismo, forza muscolare, funzione renale e autonomia. In altre parole, l’obiettivo non è semplicemente vivere più a lungo, ma vivere più anni in buona salute.
Per farlo bisogna controllare precocemente i principali fattori di rischio: colesterolo LDL, pressione arteriosa, glicemia, peso corporeo, infiammazione sistemica, sedentarietà e fumo. La prevenzione cardiometabolica moderna deve essere continuativa, personalizzata e iniziata prima possibile nella vita, perché il rischio si costruisce negli anni.
In che modo alimentazione, attività fisica e controllo dei principali fattori di rischio si integrano in una strategia efficace di “healthy aging”?
Alimentazione, attività fisica e controllo dei fattori di rischio non sono interventi separati: sono parti dello stesso progetto. Una dieta di qualità, di tipo mediterraneo, aiuta a controllare peso, glicemia, lipidi e infiammazione. L’attività fisica preserva massa muscolare, sensibilità insulinica, pressione arteriosa e funzione cardiovascolare.
Poi ci sono i fattori di rischio misurabili: colesterolo, pressione, glicemia, circonferenza vita. Vanno monitorati e trattati quando necessario, con tutti i mezzi disponibili. Lo stile di vita è la base, ma non deve diventare un alibi per ritardare terapie efficaci nei soggetti che ne hanno bisogno.
Quanto conta l’individualizzazione degli interventi preventivi e quali biomarcatori ritiene più utili per orientare le decisioni cliniche?
Conta moltissimo. Due persone con lo stesso valore di colesterolo o glicemia possono avere rischi molto diversi, a seconda di età, familiarità, pressione, peso, abitudini, presenza di steatosi epatica, funzione renale o infiammazione.
I biomarcatori più utili restano quelli semplici e robusti: LDL-C, non-HDL-C, trigliceridi, glicemia, emoglobina glicata, pressione arteriosa, circonferenza vita e funzione renale.
In pazienti selezionati sono molto utili anche apolipoproteina B, lipoproteina(a), PCR ad alta sensibilità, ed indici di insulino-resistenza, ma non dimentichiamo di valutare anche stress e qualità del sonno. La tecnologia è importante, ma il buon inquadramento clinico resta centrale.
Negli ultimi anni si è parlato molto di nutraceutici e integrazione alimentare: quali evidenze scientifiche considera più solide in ambito cardiometabolico?
Le evidenze più solide riguardano alcuni nutraceutici con effetti misurabili su specifici fattori di rischio. Per il controllo del colesterolo, i dati migliori riguardano fitosteroli, berberina, estratti di carciofo, frazione polifenolica del bergamotto, fibre solubili e riso rosso fermentato, quando usato con adeguati standard di qualità e sicurezza.
Per i trigliceridi, gli omega-3 a dosaggi adeguati hanno un razionale consolidato.
In ambito glicometabolico, alcuni composti possono contribuire a migliorare sensibilità insulinica, glicemia a digiuno o risposta post-prandiale, ma vanno scelti caso per caso. Nell’ultimo periodo di crescente interesse sono Morus alba, Ilex paraguariensis, Banaba e Mango.
Il punto fondamentale è che il nutraceutico non è “utile” in astratto: è utile se ha un obiettivo chiaro, una dose adeguata, una qualità controllata e una persona adatta a riceverlo.
Quali errori vede più frequentemente nell’uso degli integratori da parte dei cittadini e come si può promuovere un approccio più consapevole e basato sulle evidenze?
L’errore più frequente è pensare che “naturale” significhi automaticamente sicuro ed efficace. Non è così. Alcuni prodotti non servono, altri sono sottodosati, altri ancora possono interagire con farmaci o essere inadatti in determinate condizioni cliniche.
Un altro errore è accumulare molti integratori senza un obiettivo misurabile: uno per il colesterolo, uno per la glicemia, uno per il fegato, uno per l’energia, spesso senza sapere se funzionano davvero e spesso assunti per cicli di trattamento.
Per promuovere un uso corretto bisogna fare tre domande semplici: perché lo assumo? Che risultato voglio misurare? È compatibile con la mia condizione clinica e con le terapie in corso?
Che ruolo possono avere gli integratori nei pazienti con dislipidemia, prediabete o altre condizioni a rischio, in affiancamento alle terapie e agli stili di vita?
Possono avere un ruolo di supporto, soprattutto nelle fasi iniziali del rischio cardiometabolico, quando il soggetto ha valori non ottimali ma non sempre ha ancora indicazione a una terapia farmacologica, oppure quando serve potenziare lo stile di vita.
Possono essere utili anche in soggetti selezionati che non tollerano alcuni farmaci o che necessitano di un approccio complementare.
Però devono restare al posto giusto: non sostituiscono una dieta corretta, l’attività fisica, il dimagrimento quando necessario, né i farmaci quando sono indicati. L’approccio migliore è integrarli in un piano clinico, con obiettivi verificabili: riduzione di LDL-C, trigliceridi, glicemia, peso, circonferenza vita o altri parametri.
Guardando al futuro, quali innovazioni potrebbero cambiare maggiormente la prevenzione cardiometabolica e la promozione della longevità?
Credo che il futuro sarà nella prevenzione sempre più personalizzata e anticipatoria.
Avremo strumenti migliori per identificare precocemente chi sta accumulando rischio, anche prima della malattia: biomarcatori più raffinati, imaging, genetica, metabolomica, microbiota, sensori digitali e analisi dei dati.
Ma la vera innovazione sarà trasformare queste informazioni in decisioni semplici e sostenibili per il consumatore. Non basta sapere di più: bisogna aiutare le persone a cambiare prima, meglio e con continuità.
La prevenzione del futuro dovrà combinare precisione scientifica e praticabilità quotidiana. La longevità in salute non dipenderà da un singolo intervento, ma dalla capacità di costruire percorsi personalizzati, misurabili e mantenibili nel tempo.
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