Salute mentale dei giovani: disagio crescente da oltre un decennio

La psicologa Marta Guastella analizza il crescente disagio mentale tra i giovani: ansia, social media, isolamento e ruolo della scuola

Negli ultimi anni il tema della salute mentale giovanile è diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico. Ansia, depressione, isolamento sociale e fragilità emotiva colpiscono un numero crescente di adolescenti e giovani adulti. In questa intervista, la psicologa e psicoterapeuta Marta Guastella approfondisce le cause del disagio psicologico nelle nuove generazioni, dal peso della pandemia ai social media, fino al ruolo della famiglia, della scuola e delle istituzioni educative.

Negli ultimi dieci anni si è registrato un peggioramento costante della salute mentale tra i giovani: quali sono i segnali più evidenti di questo disagio crescente?

«Da psicoterapeuta, i segnali più evidenti che riscontro riguardano una percezione di fortissima fragilità emotiva degli adolescenti di oggi. Molti giovani sembrano vivere un’angoscia profonda che spesso non riescono a comprendere né a gestire. Faticano a riconoscere e nominare emozioni come paura, tristezza, rabbia o senso di vuoto, e questo rende più difficile elaborarle».

«Sempre più spesso il corpo diventa il luogo in cui il disagio si manifesta: disturbi alimentari, attacchi di panico, insonnia, autolesionismo, somatizzazioni e difficoltà relazionali sono alcuni dei segnali più frequenti. Oggi si parla anche di polisintomatologia, ovvero di adolescenti che manifestano contemporaneamente più forme di disagio tra quelle sopra indicate».

«Colpisce, inoltre, la crescente difficoltà nel tollerare la frustrazione, l’attesa e il fallimento, aspetti inevitabili del percorso di crescita. Allo stesso tempo, però, quando questi ragazzi trovano uno spazio di ascolto all’interno della stanza terapeutica, emerge con forza il loro bisogno profondo di essere ascoltati. Hanno bisogno di adulti capaci di stare accanto a loro senza giudizio, in un ascolto silenzioso e attento, che permetta di dare voce ai loro vissuti emotivi».

Quanto ha inciso la pandemia da Covid-19 su una tendenza che, secondo i dati, era già in atto prima?

«Penso che il Covid abbia slatentizzato un malessere già presente. La pandemia non ha creato il disagio, ma lo ha reso più evidente. I giovani sono stati costretti a vivere chiusi in casa in una fase della vita in cui il confronto con i pari, il corpo e le esperienze esterne sono fondamentali per la costruzione dell’identità».

«Durante il Covid, inoltre, gli adolescenti si sono trovati improvvisamente a fare i conti con il pensiero della morte e della vulnerabilità, un tema che fino ad allora appariva lontano dalla loro esperienza quotidiana. I notiziari parlavano in quel periodo continuamente di malattia, paura e perdita, ma spesso gli adulti non sono riusciti a creare uno spazio autentico di ascolto emotivo. Molti ragazzi si sono sentiti soli proprio nel momento in cui avevano più bisogno di essere aiutati a dare un significato a ciò che stavano vivendo».

Il rapporto evidenzia un aumento di ansia, depressione e disagio emotivo: quali fattori sociali e culturali stanno contribuendo maggiormente a questo fenomeno?

«Personalmente ritengo che una delle cause principali sia la crescente fragilità dei nuclei familiari. Molti genitori, spesso separati o sovraccarichi di difficoltà economiche e lavorative, fanno fatica a trasmettere ai figli strumenti emotivi per affrontare la noia, la frustrazione e il limite. Viviamo inoltre in una società che tende a chiedere ai giovani performance continue, successo immediato e felicità costante, lasciando poco spazio alla vulnerabilità».

«A questo si aggiunge un aumento della dispersione scolastica e del ritiro sociale. Sempre più adolescenti abbandonano precocemente la scuola o faticano a trovare luoghi di appartenenza sani, finendo talvolta per cercare riconoscimento in gruppi devianti o contesti poveri di riferimenti educativi. Il problema è che le istituzioni educative — scuola, centri di aggregazione, spazi sportivi — negli anni si sono indebolite e spesso non riescono più a rappresentare un presidio forte sul territorio. Sarebbe invece fondamentale rafforzare e rendere punti di riferimento stabili questi nuclei di aggregazione».

Che ruolo giocano la digitalizzazione e i social media nel benessere psicologico delle nuove generazioni? Sono più un rischio o una risorsa per la salute mentale dei giovani?

«Dipende molto dall’uso che se ne fa e da come questi strumenti vengono accompagnati dagli adulti, sia a casa sia a scuola. I social media non sono necessariamente negativi: possono rappresentare occasioni di confronto, creatività, apprendimento e connessione. Tuttavia, se diventano l’unico canale attraverso cui un giovane entra in relazione con il mondo, il rischio di isolamento emotivo e dipendenza potrebbe essere maggiore».

«Credo sia fondamentale formare seriamente gli adulti all’utilizzo del digitale. I genitori dovrebbero interessarsi di più alla vita online dei figli: chiedere che cosa fanno sui social, con chi parlano, quali giochi utilizzano e che ruolo assumono quando giocano. Più che controllare, è importante creare dialogo e presenza educativa».

I dati mostrano un impatto particolarmente forte sulle ragazze: come si spiega questa differenza di genere?

«Non ritengo di avere una risposta definitiva su questa differenza di genere, potrei ipotizzare che sulle ragazze incidono maggiormente alcune pressioni sociali e culturali legate all’immagine corporea, al bisogno di approvazione e alle aspettative relazionali».

Quanto incidono elementi come disuguaglianze sociali, pressioni scolastiche e isolamento sulla salute mentale dei giovani?

«Incidono tantissimo. Le disuguaglianze sociali influenzano profondamente il modo in cui un ragazzo immagina il proprio futuro e le possibilità che sente di avere. Crescere in contesti fragili, privi di opportunità educative o economiche, può generare senso di impotenza e sfiducia. Anche la scuola, quando viene percepita solo come luogo di prestazione e giudizio, può diventare fonte di forte stress. L’isolamento sociale, infine, rappresenta uno degli aspetti più critici. Molti adolescenti oggi vivono relazioni sempre più virtuali e meno profonde, e questo potrebbe aumentare il senso di solitudine».

Quali interventi concreti dovrebbero mettere in campo istituzioni e società per affrontare in modo efficace questo disagio e prevenire ulteriori peggioramenti della salute mentale?

«Dal mio punto di vista, lavorando in una scuola professionale nella periferia di Milano, credo sia fondamentale investire nuovamente nei luoghi educativi e relazionali. Le scuole dovrebbero rimanere aperte anche nel pomeriggio, diventando spazi vivi dove i ragazzi possano non solo studiare, ma anche fare laboratori artistici, musica, teatro e attività di gruppo. È importante offrire agli adolescenti alternative concrete alla strada e all’isolamento».

«Servirebbe inoltre aumentare la presenza di psicologi ed educatori nelle scuole e costruire una rete più forte tra famiglie, servizi sociali, educatori e formatori. La prevenzione della salute mentale dei giovani dovrebbe iniziare molto presto, lavorando sull’educazione emotiva, sull’ascolto e sulla capacità di stare nelle relazioni. Credo che oggi più che mai i giovani abbiano bisogno di adulti competenti».

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di Carlotta Ferrante

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