Invecchiare attivamente significa essere utili a sè stessi e alla collettività

Una nuova fase della vita lunga anche trent'anni pone alla società una domanda precisa: come trasformarla in risorsa collettiva

La longevità è uno dei fenomeni più rilevanti che le società contemporanee si trovano ad affrontare. Negli ultimi decenni l’allungamento della vita media ha ridisegnato in modo sostanziale la struttura demografica delle popolazioni, aprendo interrogativi nuovi su come organizzare il tempo, le relazioni e il contributo delle persone nelle fasi avanzate dell’esistenza.

Non si tratta soltanto di una questione sanitaria o previdenziale: riguarda il senso stesso che una collettività attribuisce all’età matura e alla presenza attiva dei suoi membri più anziani. In questo contesto prende forma il concetto di invecchiamento attivo, una prospettiva che ha radici storiche precise e che negli anni ha acquisito una profondità crescente, tanto nella riflessione accademica quanto nelle politiche sociali e nei modelli organizzativi del welfare. Claudio Falasca, dirigente AUSER, porta a questa riflessione una prospettiva maturata sul campo, attraverso decenni di impegno associativo a contatto con le persone anziane e con i contesti nei quali vivono.

Motivazione, utilità e partecipazione collettiva

Il ragionamento sull’invecchiamento attivo parte da una constatazione demografica: l’esistenza di una nuova fase della vita, che si aggiunge alle precedenti e che può estendersi per un arco di tempo considerevole. Come occupare questo tempo, con quali attività e con quale orientamento, è una delle domande centrali a cui Falasca cerca di rispondere. Il tema della motivazione occupa un posto centrale in questo quadro: non basta che le persone anziane siano fisicamente attive, occorre che trovino ragioni profonde per impegnarsi, per sentirsi utili a sé stesse, alle proprie reti affettive e alla comunità più ampia. Le attività socialmente utili diventano così uno degli assi portanti di questo modello, declinabili in forme molto diverse a seconda delle inclinazioni, delle competenze e dei desideri individuali.

La riflessione si estende poi alla dimensione collettiva e istituzionale: l’impegno individuale degli anziani non basta da solo, serve che il contesto sociale e le strutture organizzative creino le condizioni perché quell’impegno sia possibile e riconosciuto. Falasca richiama anche la dimensione storica di questo approccio, ricordando come istituzioni internazionali di rilievo abbiano posto il tema dell’invecchiamento attivo al centro dell’agenda globale già a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando la transizione demografica cominciava appena a manifestarsi nei paesi più sviluppati. Oggi quella prospettiva si confronta con una realtà molto più matura, in cui le risposte devono essere all’altezza di una sfida che non è più futura, ma già pienamente presente.

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di Arrigo Bellelli

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