In Italia sono aumentate le persone con problemi o gravi problemi di peso e la maggior parte di questo incremento riguarda i giovani. I dati che sono stati presentati durante l’ottavo Italian Barometer Obesity Forum, nominato quest’anno Obesità in Italia 2026: dati, impatti, prospettive politico-sanitarie e legislative di intervento, tramite il loro report lasciano poco spazio a interpretazioni rassicuranti.
Infatti, secondo quanto attesta l’ISTAT, nel 2016 il 45,9% degli italiani soffriva di eccesso di peso e oggi questa percentuale è salita al 46,4%. Il dato più preoccupante, però, è quello che riguarda gli under 35, specialmente se di sesso femminile. La quota di donne fra i 18 e i 34 anni che soffrono di obesità è passata in dieci anni dal 3,6% al 6,3%. Si tratta di una crescita del 75% rispetto ai livelli del 2016. L’aumento nei pari età maschi è stato di un terzo, passando dal 4,6% al 6,2%. In ogni caso, la crescita non si è limitata ai soli giovani: tra i 35 e i 44 anni il tasso sale dall’8,5% al 10,3% e tra i 45 e i 54 anni si passa dall’11,1% al 12,5%, sempre nello stesso lasso di tempo. Secondo Enrico Prosperi, Medico Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica, Presidente della Società Italiana di Educazione Terapeutica, l’Italia deve migliorare nella prevenzione ma soprattutto nel follow up e nella sua visione culturale.
Dott. Prosperi, perché oggi la nostra visione dell’obesità è cambiata da responsabilità individuale frutto di abitudini malsane a malattia cronica e recidivante?
«L’obesità è stata considerata malattia cronica già diversi anni fa (OMS 1997, American Medical Association 2013). Malattia complessa e multifattoriale, favorita da fattori genetici, ambientali, stress, fattori socioculturali, stigma, ma anche esposizione ai cosiddetti interferenti endocrini. Nonostante questo, ancora oggi molte persone continuano a colpevolizzare le persone con obesità considerandole responsabili della loro condizione e spesso stigmatizzandoli. Definire l’obesità una malattia cronica recidivante deve aiutarci a non considerare più la persona che ne è affetta responsabile della sua malattia, ma a coinvolgerla attivamente nella cura».
Se il dato sulla proporzione di popolazione obesa in Italia dal 2012 a oggi è rimasto stabile, perché quella dei giovani tra i 18 e i 34 anni è salita così tanto (dal 3,6% al 6,3% nelle donne e dal 4,6% al 6,2% negli uomini)?
«Sedentarietà, condizioni socioeconomiche svantaggiate, riduzione delle ore di sonno, maggiore stress possono favorire in queste fasce d’età l’aumento dell’obesità. Un ulteriore fattore può essere determinato dalle frequenti diete, specie se troppo restrittive, che favoriscono il cosiddetto fenomeno yo-yo, con peggioramento del quadro metabolico».
L’Italia è stato il primo paese a dotarsi di una legge sull’obesità: cosa prevede? Sta raggiungendo i risultati sperati?
«La legge, approvata meno di un anno fa, ottobre 2025, prevede equità nell’accesso alle cure, interventi per la prevenzione e l’educazione rivolte alla popolazione generale, una formazione e aggiornamento dei medici e del personale del Servizio Sanitario Nazionale e la creazione di un Osservatorio per lo studio dell’obesità.
Servirà qualche anno per valutare i risultati, per osservare se si applicheranno Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) omogenei su tutto il territorio nazionale e si formeranno vere equipe interdisciplinari e non solo su carta».
Come e soprattutto le condizioni socioeconomiche e culturali della famiglia influenzano la possibilità di sviluppare questa malattia?
«Le condizioni socioeconomiche svantaggiose favoriscono l’assunzione di alimenti ultraprocessati e riducono la qualità nutrizionale. Molte famiglie vivono in aree urbane ricche di fast food e minimarket, zone cosiddette paludi alimentari, dove è più difficile trovare cibi freschi ed economicamente accessibili. Se a questo aggiungiamo pochi luoghi di aggregazione e dove svolgere attività fisica, lo sviluppo di obesità è decisamente facilitato».
Il report evidenzia che il 62,3% dei medici ha difficoltà a parlare di peso con il paziente senza generare imbarazzo o resistenza. Come si costruisce, dal punto di vista dell’educazione terapeutica, una comunicazione efficace su un tema così delicato?
«Spesso i medici parlano della necessità di perdere peso con toni spesso inquisitori e colpevolizzanti. Dovremmo imparare ad ascoltare il paziente, con empatia e curiosità, chiedere se si vuole affrontare il tema del peso e di come influisce sulla salute».
Quasi un paziente su tre dichiara di aver interrotto un percorso terapeutico negli ultimi cinque anni: cosa ci dice questo dato?
«Le persone con obesità spesso hanno come unico obiettivo quello di perdere peso e questo è spesso enfatizzato dagli stessi professionisti sanitari. Questo si scontra con la naturale tendenza a riprendere il peso perduto o alla difficoltà a perderlo nel lungo periodo. Di fronte a queste naturali difficoltà le persone tendono ad abbandonare il percorso, anche per non sentirsi, come troppo spesso capita colpevolizzate, stigmatizzate. Le persone con obesità riferiscono spesso di non aver trovato una vera equipe interdisciplinare che sapesse seguirli nel tempo e non solo da un punto di vista alimentare, ma anche psicologico e dell’attività fisica. Anche interventi come l’Educazione Terapeutica del Paziente (ETP), richiesto dal Piano Nazionale Cronicità 2024 e dalla Carta dei Diritti e Doveri della Persona con Obesità, non vengono regolarmente effettuati».
Solo il 22,4% dei medici opera in contesti dove l’attenzione all’obesità è parte esplicita degli obiettivi organizzativi. Quanto conta il contesto istituzionale e una presa in carico strutturata e non affidata alla sola motivazione personale del professionista?
«La presa in carico strutturata da parte di un’equipe interdisciplinare adeguatamente formata è condizione fondamentale per la cura di una malattia complessa come l’obesità. Il Piano Nazionale Cronicità 2024 ha evidenziato come nel percorso di cura dell’obesità dovrebbe essere inserita l’ETP che non a caso rappresenta una delle principali criticità. Il problema è che in Italia non c’è un’adeguata conoscenza e formazione sull’obesità, sul vero lavoro di equipe e sull’ETP».
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