Le malattie respiratorie sono una delle principali sfide per il Servizio Sanitario Nazionale. Asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva, ad esempio, interessano circa il 10/15% della popolazione. A queste si aggiungono le neoplasie polmonari, le malattie fibrosanti e le infezioni respiratorie, particolarmente frequenti durante la stagione invernale. Questo il quadro tracciato da Claudio Micheletto, dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO-ITS/ETS).
BPCO, il problema della sottodiagnosi
«Il Libro bianco della pneumologia, lavoro svolto dalle società scientifiche e presentato al Ministero della Salute, non è un trattato di patologia. Si tratta di un documento che tiene conto dell’epidemiologia delle malattie respiratorie, della situazione attuale e dei possibili miglioramenti. Partiamo dal fatto che c’è un’elevata epidemiologia: solo asma e BPCO riguardano grosso modo il 10-15% della popolazione».
«A queste si aggiungono le neoplasie polmonari, che sono per esempio una delle principali cause di mortalità nella popolazione maschile, le malattie fibrosanti e le polmoniti e le infezioni respiratorie, che durante l’inverno rappresentano una causa frequente di malattia. Questo significa che parliamo di patologie molto frequenti e c’è quindi il tentativo di migliorare l’attenzione e soprattutto di pensare a una diversa organizzazione».
«Se sull’asma – prosegue – la sensibilizzazione ha portato a una situazione migliore, sulla BPCO rimane ancora un problema di diagnosi. Sono prevalentemente pazienti fumatori e conosciamo molto bene i casi gravi, perché si riacutizzano e vanno in ospedale. C’è ancora però un problema di sottodiagnosi».
Ospedale e territorio «devono dividersi i compiti»
Secondo Micheletto, una delle questioni centrali riguarda l’organizzazione dei percorsi assistenziali. «I centri ospedalieri dovrebbero concentrarsi soprattutto sui casi più complessi, mentre una parte consistente delle patologie meno gravi dovrebbe poter essere gestita sul territorio».
«Abbiamo proposto dei percorsi per patologia. Il paziente neoplastico, se c’è un dubbio di una neoplasia polmonare, dovrebbe essere preso in carico non spezzettato in vari reparti, ma attraverso una gestione unitaria che porti alla diagnosi, alla discussione, all’intervento chirurgico o all’eventuale chemioterapia. Credo che sia praticamente impossibile che i centri pneumologici gestiscano da soli le patologie più frequenti. Se pensiamo a una provincia media, come può essere quella di Verona, parliamo di circa 120mila persone interessate da queste patologie. Noi abbiamo anche tre pneumologi, quindi siamo in una situazione abbastanza fortunata, ma è ben difficile gestire tutto».
«Ci sono livelli diversi della malattia. I centri ospedalieri dovrebbero essere più deputati alla gestione dei casi gravi e dei farmaci innovativi, penso per esempio ai trattamenti biologici per l’asma e la BPCO. Bisognerebbe invece provare a utilizzare i servizi territoriali, anche specialistici, e le Case della Comunità per gestire la maggior parte delle patologie».
Prevenzione: il fumo resta il primo fronte
Resta, anche nel caso delle malattie respiratorie, fondamentale la prevenzione. «Il primo elemento da tenere in considerazione è il fumo. In Italia c’era stato un po’ di calo quando era stata promulgata la legge Sirchia, dopo di che ci siamo stabilizzati intorno al 20-23% della popolazione che continua a fumare».
«Soprattutto c’è una percentuale importante tra i giovani. C’è anche un uso piuttosto pesante delle sigarette elettroniche, per le quali è passato il messaggio che siano innocue. Ma non è così: possono essere meno dannose, ma non sono innocue».
L’importanza delle vaccinazioni
«Un altro aspetto fondamentale» specifica Micheletto «è la prevenzione vaccinale, particolarmente importante per i pazienti affetti da patologie respiratorie croniche. Abbiamo una prevenzione vaccinale che non è ottimale. Il paziente con BPCO ha nelle riacutizzazioni infettive momenti molto importanti, che incidono sulla storia naturale della malattia, causano ospedalizzazioni e possono causare mortalità».
«Abbiamo percentuali anche nei pazienti cronici che non superano il 50% di adesione alla vaccinazione antinfluenzale o antipneumococcica. È una percentuale migliore rispetto alla popolazione generale, ma decisamente inferiore a quella che sarebbe auspicabile».
Disomogeneità regionali e accesso alle cure
Un’altra questione importante è il problema delle differenze territoriali. «L’organizzazione dell’assistenza respiratoria non è oggi omogenea tra le diverse Regioni, con ripercussioni anche sull’accesso agli accertamenti e sulle liste d’attesa. Il sistema non è sicuramente omogeneo. Anche rispetto ai LEA ci sono differenze tra le Regioni, per esempio nell’accesso alla spirometria e alle prestazioni legate alle malattie respiratorie come asma e BPCO».
«Esistono anche servizi territoriali pneumologici: colleghi pneumologi che vanno sul territorio e che, credo, facciano un ottimo lavoro. Molti di questi sono anche chiamati a lavorare nelle Case della Comunità, dove è prevista anche la consulenza, non necessariamente giornaliera, degli specialisti per le patologie più frequenti. È un momento di difficoltà, c’è carenza di medici e ci sono addirittura Paesi senza medico».
«La sfida – conclude – non riguarda soltanto la disponibilità di nuove terapie, ma la capacità del sistema sanitario di costruire percorsi più integrati, accessibili e omogenei, dalla prevenzione alla diagnosi fino alla presa in carico del paziente».
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