Quale sarà il ruolo del medico in una sanità sempre più attraversata da algoritmi, robotica e grandi quantità di dati? E come potrà la tecnologia contribuire al progresso delle cure senza indebolire la sensibilità, il dubbio e la capacità di comprendere l’esperienza umana? Sono alcune delle domande al centro di Il Torculare di Erofilo. La realtà è solo una storia da 0 a 987, il romanzo di Vincenzo Mazzaferro, professore ordinario di Chirurgia e coordinatore del corso di Clinical Practice dell’International Medical School dell’Università degli Studi di Milano.
Pubblicato da Mursia, il libro segue le vicende di quattro amici conosciutisi all’università, le cui professioni li portano a confrontarsi con differenti aspetti della medicina contemporanea. Dalla ricerca oncologica alla manipolazione genetica, dall’inizio e fine vita all’intelligenza artificiale Mazzaferro affronta le implicazioni scientifiche, etiche e giuridiche dell’innovazione. Il romanzo diventa così uno strumento per raggiungere un pubblico più ampio e interrogarsi sulle condizioni necessarie affinché il progresso tecnologico contribuisca davvero al miglioramento della vita delle persone.
Dott. Mazzaferro, perché ha scelto la forma del romanzo per affrontare temi come intelligenza artificiale, manipolazione genetica e chirurgia robotica anziché quella del saggio scientifico?
«Ho lavorato molto in ambito scientifico, pubblicando contributi destinati a interlocutori esperti nei settori della medicina di cui mi occupo. Con questo romanzo, però, ho voluto sperimentare una forma di comunicazione diversa, capace di raggiungere un pubblico che normalmente non segue le pubblicazioni settoriali».
«In particolare, penso alla generazione intermedia, che già oggi ha responsabilità decisionali sugli aspetti della medicina destinati a coinvolgere tutti noi. Nel giro di poco tempo, queste questioni avranno un peso ancora maggiore nelle nostre vite. Il mio tentativo è quindi quello di parlare a più persone, farmi comprendere meglio e portare queste riflessioni nella loro quotidianità».
«Esistono anche strumenti integrativi al racconto in forma di romanzo, come i podcast o i blog. Su di esse stiamo lavorando per avvicinare il pubblico alle storie del libro. Il concetto, in ogni caso, rimane lo stesso: ampliare la platea e rendere accessibili non soltanto agli specialisti temi che riguardano l’intera società».
Quali sono le trasformazioni che segnano la medicina di cui parla nel libro e come la influenzano?
«Il libro racconta storie reali vissute dai protagonisti del raccolto nel corso delle loro vite professionali e delle loro esperienze umane. Attraverso di esse ho individuato alcuni settori destinati ad avere un’influenza importante sullo sviluppo della professione medica e della ricerca nel prossimo futuro».
«La chirurgia e la ricerca oncologica, i campi di cui mi occupo, devono affrontare la sfida della tecnologia. I medici devono trovare un equilibrio tra l’efficacia della propria esperienza, le conoscenze trasmesse da chi li ha preceduti e le capacità di una macchina che apprende a una velocità molto superiore a quella con cui noi esseri umani trasmettiamo le nostre competenze. La questione aperta riguarda il modo in cui integrare queste nuove capacità nel percorso professionale e clinico e nel rapporto con i pazienti e la società intera».
«Un’altra domanda fondamentale è su come orientare la nostra ricerca, oggi di fronte alla sfida dell’apprendimento automatico nonché della produzione e della diffusione delle informazioni. Il percorso attraverso cui una scoperta entra a far parte del sapere e contribuisce a migliorare la salute delle persone rischia purtroppo di intrecciarsi sempre di più con interessi economici e manipolazioni della percezione di salute».
«Oggi si possono produrre lavori scientifici a tavolino e promuoverli in modo più o meno pervasivo. Di conseguenza, informazioni poco rilevanti possono ottenere un’enorme visibilità, mentre risultati importanti rischiano di restare nell’ombra. Il problema per chi fa ricerca non consiste soltanto nello scoprire qualcosa, ma anche nel riuscire a comunicarlo. Altrimenti, una parte del lavoro può finire dimenticata senza produrre i benefici attesi per la salute».
L’inizio e fine vita e la responsabilità legale di fronte agli errori delle macchine sono passaggi cruciali del libro.
«L’inizio e la fine della vita rappresentano due ambiti in cui si incontrano scienza, etica, cultura, psicologia e religione. Sono questioni che rimarranno senza risposta ancora per molto tempo, nelle quali la medicina deve riconoscere i limiti del proprio intervento. Una delle protagoniste del libro arriva alla conclusione che la scienza debba occuparsi non tanto delle “cose ultime”, quanto delle “penultime”, come a dire che un passo indietro può risultare preferibile all’arbitrarietà di un passo avanti solo apparente, perché non supportato da adeguata conoscenza e da sufficiente rispetto per l’irripetibilità di ogni essere umano».
«Un altro tema dirimente del romanzo riguarda il rapporto tra tecnologia e legge. Nel libro, una giudice deve valutare l’operato di un medico che ha affidato un intervento a un robot chirurgico, il quale commette un errore. Di fronte a questa situazione, la giudice entra in crisi perché l’ordinamento corrente – non solo nel nostro Paese – non offre ancora risposte adeguate a uno scenario di questo tipo».
«Si ripete spesso che dobbiamo mantenere il controllo umano sulle macchine, ma non sempre si chiarisce come tradurre questo principio in comportamenti concreti. Il testo contiene la una possibile proposta per rendere più praticabile questo controllo. Le storie affrontate, del resto, non nascono da situazioni inventate: sono esperienze vere e vissute, che possono offrire spunti di riflessione sulle questioni che la medicina e la società devono affrontare».
Qual è il ruolo clinico della tecnologia oggi, tra algoritmi, robotica e banche dati smisurate?
«Il ruolo della tecnologia nonostante sia ancora pochissimo regolato è ormai indispensabile per lo sviluppo della medicina e per una migliore condizione umana. Ci tengo a dire che il libro non esprime nostalgia per il passato né rifiuta il progresso. Sono un sostenitore dell’innovazione in medicina: ogni giorno dobbiamo cercare di fare meglio del precedente, altrimenti non avremmo alcun vantaggio nella gestione e nella cura delle malattie. È però necessario accompagnare questo sviluppo con una riflessione precisa».
«Nel romanzo propongo tre principi, che chiamo le tre D: Dolore, Dubbio e Distanze. Queste entità connaturate con l’umano che ci caratterizza dovrebbero orientare gli algoritmi decisionali, perché anche le macchine, pur con capacità di apprendimento crescenti, devono poter confrontarsi con le conseguenze delle proprie decisioni e in qualche modo co-evolvere con noi».
«La D di Dolore è intesa sia come sofferenza fisica sia come disagio psicologico, solitudine e difficoltà a sentirsi compresi. È una dimensione profondamente umana: gli algoritmi dovrebbero poter riconoscere quando il perseguimento di un obiettivo rischia di provocare dolore a un essere vivente e in tal caso impedire la prosecuzione di un’azione a quel punto “dolorosa” per chi la subisce».
«L’intelligenza artificiale tende spesso a fornire risposte assertive e conclusioni formulate con sicurezza. Dovrebbe invece, tramite il Dubbio, contemplare sempre alternative alla soluzione più ovvia, come fa il pensiero umano, che cerca di raggiungere un obiettivo valutando anche strade differenti. Il Dubbio amplia le possibilità di scelta e consente di considerare costi, tempi e conseguenze diversi, senza ridurre ogni decisione a un mero risultato di convenienza, per qualcuno o per qualcosa».
«Riguardo alle Distanze: le macchine apprendono dai dati che forniamo loro, che purtroppo riflettono anche le disuguaglianze che abbiamo prodotto per arrivare sin qui. Basta pensare alle attuali distanze sociali, economiche, culturali che persistono tra uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri, migranti e stanziali. Se non interveniamo subito, gli algoritmi continueranno ad ampliare ulteriormente queste fratture. Dobbiamo quindi orientare il loro sviluppo verso la capacità di ridurre le disuguaglianze, anziché rafforzarle».
Quali strumenti deve possedere il professionista sanitario per governare il digitale e non farsi governare da esso?

«È un problema importante che percepisco acutamente nell’ambito dell’insegnamento ai più giovani. A mio parere, almeno in medicina l’università italiana non è ancora sufficientemente preparata ad affrontare questa sfida. Nei corsi di laurea, l’apprendimento delle tecnologie e delle modalità per utilizzarle e modificarle rimane sostanzialmente trascurato. Gli atenei stanno ripensando i propri programmi, perché il modello basato soltanto sulle lezioni frontali non risponde più a tutte le esigenze formative ed è urgente cambiare considerando che di fatto la maggioranza delle informazioni che una volta erano materia di insegnamento sono di fatto già disponibili attraverso strumenti digitali. Diventa quindi fondamentale fare esperienza sul campo, entrare in contatto con le persone, condividere situazioni concrete e recuperare il valore del confronto umano».
«Dobbiamo anche educare le nuove generazioni a utilizzare la tecnologia per scopi che vadano oltre la ricerca delle zone di conforto. Il suo impiego in medicina dovrebbe puntare al miglioramento della qualità della vita collettiva e non solo individuale, non solo lavorando sulla sua durata ma sulla sua profondità umana e di relazione».
«L’esperienza della pandemia di Covid-19 dimostra quanto sia possibile ottenere quando umanità e senso dell’obiettivo, conoscenze scientifiche e tecnologie lavorano insieme per affrontare un problema. In poco tempo, si è riusciti a concentrare risorse e competenze arrivando a soluzioni tanto rapide quanto inaspettate anche per ambiti non strettamente correlati a quello oggetto della ricerca. Lo stesso approccio può aiutarci anche in altri ambiti, a condizione di perseguire obiettivi che rispondano ai bisogni reali delle persone».
Chi dovrebbe stabilire i limiti dell’intelligenza artificiale in sanità e secondo quali criteri?
«Non ho una posizione definitiva su chi debba stabilire questi limiti. Credo però che le nuove generazioni abbiano un ruolo cruciale: le idee nuove nascono anche dai giovani, e le loro istanze, se ben interpretate, possono segnalare situazioni in cui la tecnologia ha larghi spazi di intervento, aiutando a chiudere le distanze, a procurare meno dolore e a trovare alternative ma anche purtroppo a volte imponendo soluzioni che escludono, allontanano e peggiorano i problemi».
«La professione medica deve utilizzare la tecnologia, inoltre, per riscoprire la propria capacità di influenzare l’etica e la politica attraverso le conoscenze scientifiche e le evidenze che emergono dal lavoro sulle persone e nei laboratori di ricerca. Queste competenze possono contribuire a orientare le decisioni collettive, ma devono trovare una traduzione concreta nelle leggi, nei regolamenti e nelle linee guida. Nel libro propongo di costruire, insieme alla legge, delle griglie di lavoro. Non devono diventare imposizioni rigide o chiusure preventive, ma strutture entro cui le nuove tecnologie possano crescere e svilupparsi, rispettando i limiti intrinseci alla biologia umana».
«Dobbiamo riscoprire il valore del limite come condizione necessaria per uno sviluppo regolato, non come ostacolo. La vita stessa si fonda sul mantenimento di confini tra l’interno di una cellula o di un organismo intero e l’esterno, il fuori da noi che chiamiamo “ambiente”: il posto dove viviamo. È un orientamento imprescindibile che anche il diritto, l’etica e la politica devono mantenere, per consentire uno sviluppo che rimanga davvero umano. L’obiettivo è creare criteri di comportamento virtuoso per gli anni a venire».
Qual è il messaggio di fondo che il romanzo vuole trasmettere al lettore?
«Penso che nel libro si dica in più occasioni che le cose buone così come le persone aperte al bene esistono ed esisteranno sempre, come le macchine che funzionano, le cose belle, l’amore tra le persone e lo sviluppo delle conoscenze. Anche quando un sistema diventa sempre più potente e pervasivo, anche di fronte al peggior crollo gli elementi positivi continuano a esistere e possono riemergere da sotto le macerie».
«Il mantenimento del bene e del buono per noi e per i nostri simili, però, richiede fatica e impegno. Nulla di ciò che possiamo sviluppare e promuovere si afferma automaticamente. Dobbiamo riscoprire il valore del lavoro, inteso non soltanto come attività applicativa, ma come sforzo per sostenere ciò che davvero “serve”. È come per la pace, così tanto richiamata in questi tempi difficili: non è una condizione automatica, ma qualcosa che dobbiamo difendere e costruire. Il libro vuole essere un segnale di ottimismo e un invito a impegnarci per un’umanità migliore anche e soprattutto con l’esercizio di una buona medicina».
«Non possiamo aspettarci che questo risultato arrivi dalle macchine. La tecnologia potrebbe offrirci una condizione di quiete in cui tutto sembra funzionare senza che dobbiamo fare molto, come pesci in un acquario ben attrezzato. Ma non è questa la dimensione di cui l’umanità ha bisogno. Il progresso vero richiede la nostra presenza e responsabilità al cuore delle scelte: con le macchine e non per le macchine».
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