La situazione dei batteri resistenti – quelli per i quali gli antibiotici perdono efficacia – in Italia è drammatica. La Klebsiella pneumoniae è uno dei principali e più temibili agenti patogeni responsabili delle letali polmoniti nosocomiali, in particolar modo nelle terapie intensive e nelle rianimazioni. In Italia il 24% dei campioni del batterio prelevati nel sangue o nel liquor è resistente agli antibiotici carbapenemici; il 52,9% al cefotaxime. In Provincia di Bolzano le percentuali sono del 1,6 e 15,7% rispettivamente (dati 2024). Il Methicillin-resistant Staphylococcus aureus (MRSA), un altro super-bug responsabile di morti e infezioni intrattabili, è presente nel 25% dei campioni italiani e nel 14 di quelli europei. Nel 4,8 % a Bolzano.
Come è possibile? Cosa rende la Provincia Autonoma unica nel panorama dell’Europa centro-meridionale?
La risposta è un programma di Antimicrobial Stewardship (AMR) che non ha paragoni per rigore e obbligatorietà.
Leonardo Pagani è il fondatore e direttore della prima Antimicrobial Stewardship Unit in Italia, avviata dall’Azienda Sanitaria dell’Alto Adige (SABES) nel 2007. La Unità è una UOS che fa riferimento alla UOC di malattie infettive e al Risk Manager dell’Azienda Sanitaria (direttore Oliver Neeb) e può contare su l’attività di due infettivologi e il supporto di quattro microbiologi, quattro farmacisti ospedalieri e il personale addetto Prevenzione e Controllo delle Infezioni (IPC) nei sette ospedali della Provincia.
«Il cuore della Antimicrobial Stewardship è ridurre l’incidenza dei batteri resistenti agli antibiotici. Per farlo sono necessarie tre cose essenziali: ridurre e migliorare l’uso degli antibiotici; fare uno screening ai pazienti in ingresso, in particolare se provengono da paesi esteri o da territori con un alto livello di resistenze antibiotiche (e in caso di positività isolarli); implementare in maniera rigorosa l’igiene delle mani e altre misure di prevenzione in pazienti e personale». Fondamentale il supporto dei Laboratori di Microbiologia per il monitoraggio epidemiologico e i trend di resistenza.
Come funziona l’Antimicrobial Stewardship Unit dell’Azienda Sanitaria dell’Alto Adige?

«Dal 2007 intere categorie di antibiotici non possono essere prescritti da nessun reparto (con l’eccezione dei Terapie Intensive con le quali c’è un’intesa a parte) senza l’autorizzazione della nostra unità di infettivologi. Questa disposizione è stata estesa, nel 2024, a tutte le strutture sanitarie della Provincia di Bolzano che dipendono dall’Azienda Ospedaliera. Nel 2025 abbiamo emesso 6150 consulenze di prescrizione antibiotica. Questa misura, un grande e faticoso lavoro di advocacy e i già citati screening all’ingresso hanno permesso di ridurre l’incidenza delle resistenze o mantenerne invariati i livelli mentre in tutta Europa e, in particolare, in Italia, crescevano a velocità allarmante».
Perché funziona il vostro approccio?
«Perché la causa delle resistenze è un uso sbagliato degli antibiotici. I dati dimostrano in maniera inequivocabile che, dove non è in essere un efficace programma di Antimicrobial Stewardship, cresce l’incidenza delle resistenze».

«È letteralmente un serpente che si morde la coda: più uso gli antibiotici come profilassi – quindi un uso preventivo e ‘a tappeto’, ndr – più creo resistenze. Più aumentano le resistenze, più devo usare antibiotici di generazioni più recenti (quindi più ‘potenti’ e costosi). Ma, in questo modo, li rendo progressivamente inefficaci. A Bolzano utilizziamo penicillina e antibiotici di seconda generazione: sono farmaci che in alcune parti di Italia non si usano più perché divenuti inutili. A questo serve il controllo delle prescrizioni o decisioni come quella di non trattare i pazienti contaminati (portatori sani) ma solo infatti (dove il batterio resistente è presente nel sangue e liquidi di rilevanza clinica)».
«In questo modo preserviamo il nostro intero arsenale di antibiotici più recenti (di terza, quarta e quinta generazione) e possiamo usarli se l’intervento di prima linea non ha effetto. Senza un’efficace Antimicrobial Stewardship altri territori non hanno questa possibilità».
Quand’è che le cose hanno iniziato ad andare male in Italia?
«Come si vede dal grafico sottostante, il 2011 è l’anno della svolta. La Provincia di Bolzano, grazie al suo programma di AS ha mantenuto i livelli di Antimicrobial Resistance. In Italia il problema è esploso».

«Nel 2017 l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha effettuato una country visit in molti Paesi europei per misurare la risposta alla crescente minaccia. Il giudizio sull’Italia è stato inclemente: nessuno supporto istituzionale a livello nazionale, regionale e locale; nessuna leadership; nessuna linea guida e un senso profondo di inevitabilità, come non ci fosse alternativa. Non è cambiato molto».
In tante Regioni la situazione è particolarmente grave. Il vostro modello è ancora esportabile?
«Potrei dire che, in territori dove alcuni patogeni resistenti sono riscontrati nel 50 o 60% dei campioni, e dove i batteri drug-resistant entrano ed escono dagli ospedali con tremenda facilità, i margini di miglioramento sono enormi. Ovviamente, ogni territorio merita una riflessione a parte e l’esempio di Bolzano è lungi dall’essere perfetto essendoci, per esempio, molte RSA e tutti gli studi di MMG che non sono tenuti a seguire le regolamentazioni dell’Azienda Ospedaliera. Ma, sicuramente, una forte e rigorosa presa di responsabilità è necessaria ovunque: le infezioni resistenti agli antibiotici sono responsabilità di tutti e tutte. Si possono prima arginare e, poi, ridurre. E, in territori dove la situazione è grave, il miglioramento può essere statisticamente più rilevante, rafforzando la fiducia e la gratificazione degli operatori sui quali costruire i passi successivi. L’alternativa è una minaccia all’edificio della medicina moderna».
Il costo delle resistenze antibiotiche
«I progressi chirurgici degli ultimi 30/40 anni sono a rischio. Interventi complessi e salvavita come trapianti multipli, trapianti di midollo, chirurgie su pazienti over-60 potrebbero, semplicemente, non essere più possibili. La medicina non avrà gli strumenti per sostenere i pazienti nel decorso post-operatorio. Sembra uno scenario distopico, ma è, in realtà, una previsione realistica che potrebbe avverarsi tra i prossimi 15 e 25 anni».
«Ci sono impatti su tutta l’organizzazione sanitaria: outcome peggiori, più giorni di ricovero, morti evitabili, costi dei risarcimenti, costi gestionali, costi per farmaci sempre più cari: l’antibiotico resistenza è una minaccia alla possibilità della medicina di evolvere, alla salute delle persone, alla sostenibilità dei sistemi sanitari. Rimanere immobili non è un’opzione».
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