Il dibattito sul finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) tende a concentrarsi su una domanda apparentemente semplice: i soldi ci sono o non ci sono? Ma prima di quella domanda ne esiste un’altra, più radicale e spesso ignorata: sappiamo effettivamente quanto costa erogare le prestazioni che il SSN offre? Francesco Albergo, docente di Risk Management dell’Università LUM, porta l’attenzione su questo nodo preliminare, senza il quale qualsiasi ragionamento sulla sostenibilità rischia di restare privo di fondamenta. Il punto di partenza non è politico né ideologico: è metodologico. E riguarda la capacità del sistema di conoscere sé stesso.
La questione investe in modo diretto i DRG, il sistema di classificazione che determina il valore economico delle prestazioni ospedaliere. Si tratta di uno strumento che non ha tenuto il passo con l’evoluzione clinica e organizzativa della sanità, e che oggi restituisce valori lontani dalla realtà. Ma il problema non si esaurisce dentro l’ospedale. Alcune delle voci di costo più rilevanti riguardano ciò che accade dopo la dimissione: la gestione territoriale del paziente cronico, il carico sulle famiglie, le ricadute di lungo periodo di patologie come l’ictus. Queste voci restano in gran parte opache, non perché i dati non esistano, ma perché mancano gli strumenti e le infrastrutture per raccoglierli e interpretarli in modo sistematico. Albergo indica come questa lacuna si traduca in difficoltà concrete per le aziende sanitarie e per il settore assicurativo, entrambi impossibilitati a calcolare con precisione il valore del rischio che si trovano a gestire.
Sprechi, governance e il nodo delle venti sanità
L’assenza di dati affidabili sui costi non è solo un problema contabile: blocca anche la capacità del sistema di migliorarsi. Il professore mette in relazione diretta la conoscenza dei costi con la possibilità di eliminare gli sprechi e avviare processi di riorganizzazione. Senza la capacità di tracciare i valori economici delle prestazioni e dei percorsi di cura, qualsiasi intervento di efficientamento opera nel buio. Non si può ridurre ciò che non si misura, e non si può programmare ciò che non si conosce.
Su questo piano si innesta un tema di governance che Albergo affronta con nettezza: l’Italia non ha un sistema sanitario, ne ha venti. La frammentazione regionale, accentuata nel tempo, produce non solo disuguaglianze nell’accesso alle cure, ma anche venti approcci diversi a gestione dei costi, raccolta dei dati e costruzione dei modelli organizzativi. In questo scenario, la risposta non può venire dai singoli territori. La condizione necessaria per avviare un processo di conoscenza reale dei costi sanitari è la centralità degli organi decisionali nazionali. Solo un input forte e concreto dal livello governativo può creare le condizioni per raccogliere dati comparabili, costruire modelli condivisi e rispondere con rigore alla domanda sul fondo sanitario nazionale: è sufficiente o no? Una domanda che, senza quella conoscenza, non ammette ancora una risposta seria. E che nel frattempo pesa sui cittadini, soprattutto su quelli più fragili, più anziani e più esposti alla cronicità.
Iscriviti alla newsletter di Bees Sanità Magazine e aggiungi beesanitamagazine.it tra le tue fonti preferite di Google
