“La prevenzione del tumore al seno non può dipendere dal codice di avviamento postale. È inaccettabile che ancora oggi in Italia oltre due milioni di donne siano escluse dallo screening mammografico gratuito solo perché vivono nella Regione sbagliata” dice Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna Italia.
Con la nuova campagna “La fortuna costa, la sfortuna di più”, l’organizzazione Europa Donna Italia accende i riflettori sulle profonde disuguaglianze che caratterizzano l’accesso alla diagnosi precoce del tumore al seno. Un diritto che, ad oggi, risulta ancora fortemente condizionato dalla residenza geografica.
Qual è oggi la situazione reale della copertura sul territorio nazionale?
“Oggi in Italia la copertura dei programmi di screening mammografico risulta fortemente disomogenea. Solo sei Regioni – Basilicata, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Toscana e Veneto – hanno attuato pienamente l’estensione della fascia di età dai 45 ai 74 anni, come raccomandato dalle Linee guida europee. Nelle restanti Regioni, lo screening resta limitato alla fascia 50-69 anni oppure è esteso solo parzialmente, escludendo così oltre due milioni di donne dal diritto alla prevenzione”.
Le cause di questa frammentazione sono legate a decisioni autonome delle Regioni, limiti di bilancio o piani di rientro imposti. “La salute delle donne non può essere una questione di fortuna – sottolinea D’Antona –. È un’ingiustizia che mette a rischio l’equità e l’universalità del nostro Servizio Sanitario Nazionale”.
La campagna La fortuna costa, la sfortuna di più denuncia proprio queste disuguaglianze. In cosa consistono concretamente la ‘fortuna’ e la ‘sfortuna’?
“Sono ‘fortunate’ le donne che vivono nelle Regioni dove lo screening mammografico gratuito è accessibile dai 45 ai 74 anni, secondo le raccomandazioni europee. Sono invece ‘sfortunate’ tutte le altre, poiché abitano in Regioni che ancora non hanno completato l’estensione dell’età dello screening mammografico”.
D’Antona spiega che questa differenza geografica ha un impatto diretto e misurabile: “Intercettare precocemente il tumore al seno, che ha i tassi più alti di incidenza e mortalità per le donne in Italia, può fare la differenza tra una cura tempestiva e una malattia avanzata, con ricadute sanitarie, psicologiche ed economiche”.
Quali misure concrete si possono adottare per garantire un accesso equo e uniforme su tutto il territorio?
“Serve innanzitutto inserire l’estensione dell’età dello screening nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), così da renderla obbligatoria per tutte le Regioni, anche quelle in piano di rientro”.
Ma il problema non si risolve solo con le norme. “È necessario potenziare i centri di screening, formare personale qualificato e creare collegamenti efficaci con le Breast Unit, per garantire diagnosi e trattamenti di qualità”.
“Occorre anche – aggiunge – un lavoro di rete costante tra istituzioni, associazioni e società scientifiche per superare le resistenze organizzative e culturali che ancora oggi ostacolano l’uniformità dei servizi”.
Cosa comporterebbe, concretamente, ampliare l’età dello screening mammografico?
“Ampliarne l’età significa offrire a più donne la possibilità concreta di intercettare il tumore al seno in fase iniziale, quando si può curare con terapie meno invasive e più efficaci, con altissime probabilità di guarigione”.
Per D’Antona si tratta anche di una scelta lungimirante dal punto di vista economico: “Curare tumori avanzati richiede risorse maggiori, terapie più costose, e ha un impatto molto più gravoso sulla qualità della vita, sul lavoro e sulla famiglia. Prevenire costa meno, ed è un dovere del sistema sanitario“.