I muri, per usare un’immagine cara a chi ne parla da tanto, sono quasi pronti è il resto a mancare. A Roma, nella relazione con cui ha aperto il 58° Congresso nazionale del SUMAI Assoprof, il segretario generale Antonio Magi ha fotografato la distanza tra la riforma disegnata dal DM 77 e la realtà delle Case della Comunità (CdC) a quattro anni dal decreto. Lo ha fatto con una domanda: con quali professionisti e con quali soldi riempiremo queste strutture?
Quattro su cento
Il dato che più pesa arriva dall’ultimo monitoraggio AGENAS, relativo al secondo semestre 2025. Delle 1.715 CdC programmate, 781 hanno almeno un servizio attivo ma nessuno specialista. Altre 219 hanno tutti i servizi obbligatori, ma non la presenza medico-infermieristica prevista. Quelle pienamente operative, con servizi completi e presenza h24, sono 66: meno del 4%. Otto regioni non ne contano nemmeno una.
Il Piano ha fatto la sua parte sul cemento, con circa 2 miliardi per le CdC, ma non sul personale. Dal 30 giugno 2026, a cantieri chiusi, gestione e stipendi sono diventati spesa corrente a carico del fondo ordinario. Quel fondo, ricorda la relazione, è cresciuto in valore assoluto, fino ai 142,9 miliardi previsti per il 2026. Ma negli anni la quota per il personale dipendente è scesa dal 33,5% del 2012 al 30,3% del 2024, e quella per la medicina convenzionata dal 5,9% al 5,2%. Quindi, si sta chiedendo al territorio di fare molto di più con meno risorse.
Aprire non basta, bisogna organizzare
Il titolo del congresso La Casa della Comunità non si inaugura… si organizza è anche un metodo: la CdC dovrebbe aprire dopo essere stata organizzata, con ruoli, orari, contratti e retribuzioni definiti prima del taglio del nastro. È accaduto il contrario. Le Regioni hanno inaugurato con ciò che avevano: medici di famiglia per 6 ore a settimana, specialisti ospedalieri in orario aggiuntivo, specialisti ambulatoriali alle condizioni di sempre.
Il risultato è una mappa di compensi che il sindacato giudica difficile da difendere: 100 euro lordi l’ora per l’ospedaliero in prestazioni aggiuntive, 40 euro (fino a 60 in alcune Regioni) per il medico di medicina generale, 31,35 euro per lo specialista ambulatoriale interno. Per quest’ultimo, sostiene il SUMAI, l’ACN non ha ancora disciplinato né le modalità né la retribuzione dell’attività in CdC, né la presa in carico, distinta dalla semplice prestazione.
Il disordine ha anche un costo. Secondo le stime del sindacato, coprire il fabbisogno di una CdC tipo, con prestazioni aggiuntive anziché in convenzione, costerebbe circa 850.000 euro in più l’anno per struttura. Moltiplicato per le circa 1.430 CdC finanziate dal PNRR, sono 1,2 miliardi l’anno. È una simulazione estrema, ammette la relazione, perché nella realtà i vuoti si coprono con un mix di strumenti o non si coprono affatto. E non coprirli, avverte Magi, non è un risparmio: significa spesa privata delle famiglie e rinuncia alle cure.
Non un poliambulatorio
Il secondo avvertimento riguarda l’identità. Il poliambulatorio eroga prestazioni, la CdC deve prendere in carico persone, e con loro i 12 milioni di cronici che il SSN deve seguire sul territorio. Per farlo servono le branche della cronicità: cardiologia, diabetologia, pneumologia, oculistica, dermatologia, ginecologia, odontoiatria.
Qui il sindacato rivendica un ruolo: la specialistica ambulatoriale interna esiste da settant’anni ed è, a suo dire, il prototipo della CdC. Distribuendo l’attuale medicina convenzionata su 1.310 CdC teoriche (una ogni 45.000 abitanti), ne esce una struttura media da circa 494 ore settimanali, di cui 296 di specialistica. Ma la media nasconde un Paese a due velocità: 883 ore in Campania, 273 in Friuli-Venezia Giulia, dove la CdC dipenderebbe quasi solo da medici di famiglia e pediatri.
Il giacimento nascosto e la rete che invecchia
Qualche risorsa, secondo il SUMAI, c’è già. I 13.984 specialisti ambulatoriali lavorano in media 27,8 ore settimanali su un massimale di 38. La differenza vale 142.987 ore a settimana, l’equivalente di 3.763 specialisti a tempo pieno: ore contrattualizzabili senza concorsi, perché non vengono pubblicate.
Il tempo, però, gioca contro. Senza interventi, la rete passerebbe da 13.984 a circa 10.500 specialisti nel 2035, e anche i medici di famiglia scenderebbero da 36.812 a circa 31.000. Tra i dipendenti ospedalieri, 55.300 su 109.024 usciranno tra il 2027 e il 2036. Per Magi il problema del 2030-2035 non sarà «quanti medici», ma «quali e dove».
Il doppio canale
Per rispondere, il SUMAI propone due cose. La prima è un ACN unico della specialistica convenzionata, con una parte generale comune e due sezioni, Territorio e Ospedale, che consenta di spostare ore dove servono.
La seconda è il doppio canale: per ogni posto di dirigente medico che si libera, Regione e azienda sceglierebbero, motivando la decisione nel piano dei fabbisogni, se coprirlo in dipendenza o in convenzione, con incarichi da 12, 24 o 38 ore. Nessuno cambierebbe contratto, la dipendenza non andrebbe ad esaurimento e le strutture complesse resterebbero in capo ai dipendenti.
Il vantaggio, nei conti del sindacato, è il costo orario: da 46,96 a 58,09 euro per lo specialista convenzionato, 63,26 per il dirigente dipendente, fino a 75 euro per il gettonista (85 in pronto soccorso). Applicato ai posti liberati dal turnover, il risparmio sarebbe di 4,8 miliardi nel 2027-2036 (forchetta 2,8-8,8) e circa un miliardo l’anno a regime. Il SUMAI chiede una norma abilitante nella legge di bilancio 2027, a invarianza finanziaria, e che i risparmi restino ai Servizi sanitari regionali.
Le domande aperte
Le cifre sono simulazioni del sindacato, a costi costanti 2026, e la stessa relazione precisa che non costituiscono una quantificazione ufficiale: serviranno i dati della Ragioneria. Il minor costo della convenzione riflette anche tutele inferiori, e per guardie e continuità h24 la tariffa resta sotto il pareggio anche con il 20% delle ore in guardia. Il SUMAI propone di rafforzare le tutele, non di estendere quelle più deboli, ma questo riduce il margine di risparmio. E il passaggio di posti dalla dipendenza alla convenzione tocca direttamente la dirigenza medica ospedaliera, il cui confronto sarà il vero banco di prova politico.
C’è poi una tensione di fondo: si chiedono pari dignità e risorse dedicate per la specialistica e, insieme, si presenta come vantaggio per le aziende il costo orario più basso.
Ventiquattro mesi
La conclusione di Magi è un aut aut: le CdC possono diventare la più grande operazione di prossimità sanitaria d’Europa o la più grande incompiuta del PNRR. A deciderlo, dice, non saranno gli edifici né i medici formati nel 2036, che arriveranno comunque. Contano le scelte sulle persone e sulle risorse dei prossimi ventiquattro mesi. È una tesi più difficile da contestare che da realizzare. Un edificio inaugurato si vede, un piano di ore per professione e per branca no. Ma è lì che si misurerà se le 1.715 CdC programmate diventeranno un servizio o resteranno un indirizzo.
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