L’empatia artificiale in sanità

L'empatia artificiale rappresenta l'evoluzione dell'AI: è in grado di sostituire gli operatori sanitari?
L'empatia artificiale rappresenta l'evoluzione dell'AI: è in grado di sostituire gli operatori sanitari?

Un recente articolo pubblicato su “Cyborg and Bionic Systems”, a cura di Tianyu Jia e colleghi, ha analizzano l’empatia artificiale, ovvero come giochi multigiocatore, robot sociali e agenti virtuali possano veicolare o simulare interazioni empatiche in terapia e in ambito sanitario, con l’obiettivo di colmare, almeno in parte, la distanza crescente tra bisogni assistenziali e risorse professionali disponibili.

La scarsità di risorse

Una delle cronicità più complesse da gestire per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non riguarda una patologia in particolare, ma la grave carenza di personale. Innumerevoli sono state le iniziative al fine di sensibilizzare i giovani verso le professioni sanitarie. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro questo decennio potremmo registrare una carenza fino a dieci milioni di operatori sanitari (medici, infermieri e terapisti). Avendo quindi una cronicizzazione delle patologie ed un invecchiamento della popolazione, unitamente ad uno svuotamento delle professioni sanitarie, si è palesata la necessità di ricorrere a tecnologie innovative per supportare o potenziare i ruoli umani. Si tratta di automatizzare compiti ripetitivi, robotica di supporto e sistemi di teleriabilitazione.

In particolare, ci si è concentrati soprattutto: sulla diagnostica (fare diagnosi e semplificare referti), trattamenti riabilitativi, monitoraggio e telemedicina, senza tralasciare la componente “chirurgia robotica”. Un ruolo marginale lo ha avuto finora la dimensione relazionale “core business” della professione infermieristica. La capacità di stabilire un rapporto, modulare la comunicazione, offrire un sostegno emotivo individuale e collettivo è sempre stata appannaggio dell’essere umano. La relazione interpersonale ben strutturata è portatrice di fiducia, aderenza ai percorsi assistenziali, compliance. E l’ingrediente che completa questo asset assistenziale è l’empatia, in grado di contribuire agli effetti placebo, modificando ed attenuando sintomi e comportamenti cerebrali.

Empatia artificiale

Partendo dal presupposto che l’empatia artificiale non è la pretesa di far “provare” emozioni ad una macchina, lo studio di Jia et al. la definisce come la «capacità di un sistema di percepire, interpretare e simulare risposte empatiche durante l’interazione uomo-macchina, attraverso algoritmi in grado di riconoscere segnali multimodali» (voce, volto, testo, parametri fisiologici).

Un’ulteriore puntualizzazione degli autori concerne la sfera affettiva: non si parla di esperienza affettiva autentica, ma di un’approssimazione funzionale dell’empatia, ovvero di un comportamento che produce alcuni effetti benefici, tipici dell’empatia umana, senza che la macchina “senta” davvero. In ambito clinico il tutto si traduce in agenti capaci di modulare il tono di voce, mimare espressioni facciali, produrre messaggi motivazionali, anche attraverso rinforzi positivi o frasi di conforto, avendo valutato a priori lo stato emotivo e psico-fisico del paziente. L’elaborazione finale genera risposte adattive: incoraggiamento, rassicurazione, adeguamento del carico di esercizio, variazione di ritmo e contenuto della comunicazione.

Come veicolare l’empatia artificiale?

Il documento citato in precedenza individua tre principali tecnologie, tutte capaci di innescare componenti empatiche nei percorsi di cura: giochi multiplayer, robot sociali e agenti virtuali. La revisione di Jia et al. afferma che il multiplayer (semplicemente giochi multigiocatore) sono già utilizzati, in particolare nei setting riabilitativi. Rendono più motivante l’esecuzione di esercizi ripetitivi, simulando la competizione. La modalità multigiocatore paziente-paziente, paziente-familiare, paziente-terapista, introduce una variante sociale, capace di innescare una vena empatica in grado, a sua volta, di generare cooperazione, competizione e collaborazione.

Gli studi hanno registrato risultati incoraggianti:

  • Migliori prestazioni fisiche;
  • Maggiore motivazione nelle modalità multigiocatore rispetto a quelle in singolo.

I limiti sono legati alla competizione: quest’ultima può accentuare stress, frustrazione, generare o rinnovare vissuti di fallimento. La competizione non sempre migliora lo stato d’animo delle persone. A volte le rende più fragili e tale effetto si enfatizza in particolare nei contesti di compromissione dello stato di salute.

Il connubio ideale tra empatia artificiale e essere umano si concretizza con i robot sociali, in quanto rappresentano la manifestazione più evidente dell’empatia artificiale:

  • supporto a bambini con disturbo dello spettro autistico, con miglioramenti nel riconoscimento e nella comprensione delle emozioni e riduzione dello stress;
  • accompagnamento di pazienti in riabilitazione post-ictus o cardiologica, con buona accettazione e maggiore aderenza ai protocolli;
  • presenza nelle strutture residenziali per anziani, con riduzione di marker fisiologici di stress e incremento della comunicazione sia con il robot sia tra i residenti.

Una curiosità emersa dallo studio di Jia et al. è legata al design dei robot. Infatti, un aspetto troppo somigliante o affine all’essere umano può generare disagio quando i pazienti non riescono a dirimere la componente umana da quella robotica. Non a caso i successi finora raggiunti hanno come protagoniste forme zoomorfe, o stile cartone animato, percepite come più accettabili e meno ingannevoli.

Gli agenti virtuali corrispondono a chatbot o avatar. Talvolta sono preferiti ai clinici nelle risposte online in quanto percepiti come davvero empatici e chiari. Integrati con sistemi di machine learning aumentano la fluidità della comunicazione, personalizzandola e generando realismo nella comunicazione. Trovano spazio nella promozione dell’esercizio fisico, supporto alla cessazione del fumo, tutor nella riabilitazione post-ictus, training di abilità sociali per i bambini con disturbo dello spettro autistico. Il loro valore aggiunto consiste nell’essere percepiti come figure affidabili, tanto da essere descritti come “amici di fiducia” con cui proseguire volentieri l’interazione.

L’empatia artificiale può sostituire l’infermiere?

Assolutamente no. Essa può simboleggiare un cloud, in grado di ricordare preferenze, routine, modalità comunicative dell’utente, così da modulare il dialogo, innescando un sentimento di continuità relazionale, surrogato della mancanza di personale o relazione. Il rischio si manifesta nel momento in cui l’empatia artificiale genera dipendenza, aspettative non realizzabili, tecnologia non sempre presente. Tra l’altro i dispositivi descritti in precedenza non sono giudicanti, vengono percepiti come più disponibili, accondiscendenti e sempre raggiungibili, contribuendo ad uno spostamento della fiducia da parte dell’utente verso loro, tralasciando la razionalità umana.

L’elemento preventivo, in particolare a favore dell’operatore, viene sottolineato attraverso un alleggerimento emotivo. L’empatia artificiale può ridurre il carico emotivo gravante sul personale sanitario, in particolare all’interno di percorsi riabilitativi lunghi, nella gestione quotidiana in RSA, fornendo stimoli, rinforzi e accompagnamento di base. Ciò che l’empatia artificiale può fare, secondo gli autori, è fondere gli agenti virtuali a tecniche generative, in grado di produrre volti, voci e movimenti realistici. Il tutto porterebbe, negli anni, alla diffusione di compagni digitali, in grado di adattare il proprio comportamento agli stati emotivi e ai bisogni del singolo utente.

Questione etica dell’empatia artificiale

Innanzitutto, è bene sottolineare il fatto che gli autori dello studio citato in precedenza ribadiscono il fatto che l’empatia artificiale non può certamente sostituire quella umana. Magari può potenziarne i benefici, surrogare la presenza umana ma, ad oggi resta pur sempre una simulazione algoritmica, utile a modulare, empatizzare il comportamento della macchina, ma nulla di più. Questi modelli presentano anche il rischio delle allucinazioni. La produzione di contenuti inesatti o primi di fondamento, possono innescare false illusioni. Una frase esprime a pieno tale concetto: un errore detto bene ma clinicamente scorretto può essere più pericoloso di un’informazione incompleta, ma corretta.

Pareri favorevoli o contrari possono essere esplicitati nella seguente tabella, utile a disegnare un quadro di applicazione oppure no dell’empatia artificiale:

  • Quando sì: pazienti isolati, contesti a bassa complessità assistenziale e bassa intensità di cura, training alla comunicazione, monitoraggio del tono emotivo;
  • Quando no: sostituzione della presenza infermieristica o professionisti sanitari in generale, uso non trasparente verso pazienti fragili, affidamento senza supervisione a sistemi generativi non controllati.

Conclusioni

L’empatia artificiale può ampliare e rendere capillare l’efficacia della relazione, può completare alcune lacune assistenziali, fatte maggiormente di relazione. Se ben educata può potenziare le competenze degli operatori sanitari, magari includendo moduli educativi verso i familiari e caregiver. Di certo non può sostituire l’operatore sanitario unico titolare della complessità del vissuto dell’utente.

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di Muzio Stornelli

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