Enzo Chilelli, Presidente del Comitato degli Esperti di B-Sanità, intervista Iacopo Cricelli, esperto di sanità digitale e Medicina Generale e CEO di Genomedics, azienda di soluzioni software con una forte specializzazione nel settore sanitario e nella ricerca biomedica per la terza puntata dello Speciale “Sanità informatizzata o burocrazia digitale?”.
La telemedicina è stata molto promossa come uno dei grandi cambiamenti portati dal PNRR. Come la vede?
«La Piattaforma Nazionale di Telemedicina ha obiettivi assolutamente condivisibili: ridurre divari territoriali, migliorare qualità e accessibilità, favorire percorsi omogenei, facilitare la presa in carico acuta e cronica, sostenere deospedalizzazione, cure di prossimità, integrazione tra servizi regionali e nazionali. Sono obiettivi corretti, e la direzione è giusta. Ma la tecnologia è condizione necessaria, non sufficiente. Una televisita non è automaticamente continuità di cura. Un telemonitoraggio non è automaticamente una presa in carico. Una piattaforma nazionale non è automaticamente un nuovo modello assistenziale. Senza personale adeguato, senza processi ridisegnati, senza responsabilità chiare, senza criteri di arruolamento dei pazienti, senza soglie di intervento definite, senza integrazione con le cartelle cliniche e con il territorio, il rischio è costruire infrastrutture formalmente avanzate ma deboli nell’uso quotidiano. La sanità digitale funziona quando ridefinisce il lavoro. Non quando si limita ad aggiungere un canale».

E per quanto riguarda l’intelligenza artificiale? Sembra essere diventata la risposta a tutto.
«L’intelligenza artificiale può davvero essere la più grande opportunità degli ultimi decenni per la medicina generale e per il sistema sanitario nel suo complesso. Può aiutare a sintetizzare conversazioni cliniche, produrre note strutturate, ridurre burocrazia, identificare incoerenze nei dati, supportare il deprescribing, segnalare interazioni farmacologiche, portare evidenze aggiornate nel momento della decisione, stratificare popolazioni a rischio, sostenere una medicina di iniziativa anziché solo reattiva, personalizzare la formazione dei professionisti. Le possibilità sono concrete e alcune sono già dimostrate. Ma può anche diventare l’ennesimo strato tecnologico applicato sopra sistemi frammentati, dati sporchi e processi non governati. La domanda, quindi, non è: “Usiamo l’AI o non la usiamo?“. La domanda è: “Dove l’AI produce valore clinico reale e dove invece produce rischio, rumore o falsa sicurezza?“».
Come si risponde a questa domanda nella pratica?
«Guardando onestamente a cosa funziona e cosa no. Ci sono ambiti in cui il ritorno clinico dell’AI è già più chiaro: documentazione, sintesi, codifica, supporto alla revisione dei dati, analisi di popolazione, second opinion su dati visivi in contesti validati. Ci sono ambiti in cui serve invece grande cautela: decisioni autonome, chatbot rivolti direttamente a pazienti fragili senza supervisione, suggerimenti terapeutici non verificabili, strumenti opachi non integrati nei processi di responsabilità clinica. L’AI deve essere un copilota, non un pilota automatico. Un tutor, non un oracolo. Un sistema che aumenta la capacità del professionista, non che la sostituisce. Il medico deve restare al comando (e intendo al comando reale, non nominale) ma deve essere messo nelle condizioni di comandare meglio. Questa distinzione non è retorica. È la differenza tra uno strumento che fa bene e uno che fa danno».
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