Quando si parla di disturbi dello spettro autistico (ASD) l’attenzione si concentra spesso sull’infanzia. Tuttavia, le persone con autismo non smettono di essere tali una volta raggiunta l’età adulta, e per molti di loro il passaggio dai servizi pediatrici a quelli per adulti è segnato da interruzioni di cura, diagnosi tardive e assenza di percorsi specialistici dedicati.
Questo fenomeno è descritto come un vero e proprio “vuoto assistenziale” che lascia molti adulti fuori dai radar del sistema sanitario Fondazione Veronesi in un suo articolo lo ha approfondito.
Il vuoto assistenziale dopo i 18 anni
Nella maggior parte dei Paesi – Italia compresa – l’assistenza strutturata per l’autismo si concentra sui minori. Quando una persona supera i 18 anni, il supporto specialistico spesso si interrompe, passando dai centri per la neuropsichiatria infantile ai servizi di salute mentale o disabilità, senza continuità di presa in carico. Secondo gli specialisti, questo momento è estremamente critico e può compromettere l’efficacia degli interventi clinici e sociali.
Autismo in età adulta: sempre più frequente
Un’altra sfida emerge dalla diagnosi tardiva di autismo in adulti che non identificati durante l’infanzia. Negli Stati Uniti, tra il 2011 e il 2019 si è registrato un aumento delle diagnosi tra i 25 e i 34 anni, suggerendo la presenza di una vasta popolazione adulta non diagnosticata.
Le difficoltà nella diagnosi in età adulta possono portare a interpretare i segni dell’autismo come altri disturbi, come ansia, depressione o disturbi di personalità, impedendo una presa in carico appropriata. Un riconoscimento corretto è fondamentale per definire percorsi di supporto mirati e personalizzati e non limitarsi a trattare i sintomi secondari.
Disparità territoriali e difficoltà di accesso
In Italia la prevalenza ufficiale dell’autismo infantile è circa l’1,3%, mentre quella nell’adulto appare molto più bassa (ad esempio in Emilia-Romagna circa lo 0,03% negli adulti in cura), segno che molti casi restano non rilevati dai sistemi sanitari. La mancanza di registri diagnostici nazionali e la disomogeneità dei servizi regionali contribuiscono a questa lacuna, creando significative disparità territoriali nell’accesso alle cure.
Centri specializzati e modelli integrati
Esempi positivi di presa in carico di adulti con autismo esistono, come il Centro regionale per l’autismo adulti di Torino, che adotta un approccio multidisciplinare coinvolgendo neurologi, psichiatri, psicologi, terapisti occupazionali e assistenti sociali. Queste strutture integrano anche valutazioni genetiche e metaboliche e definiscono progetti di vita personalizzati per favorire l’autonomia lavorativa, le competenze sociali e il benessere complessivo.
