Costruire un rapporto positivo con il cibo non è solo una questione nutrizionale, ma un percorso educativo, emotivo e culturale che inizia fin dall’infanzia. A sottolinearlo è un approfondimento di Ansa Salute. Oggi, questo tema è sempre più centrale alla luce dei dati allarmanti sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA), che in Italia coinvolgono circa 3 milioni di persone, con esordi sempre più precoci, anche intorno agli 8 anni.
Due recenti contributi mettono in evidenza la necessità di intervenire in modo tempestivo: da un lato, i consigli dell’UNICEF per incoraggiare nei bambini un rapporto sano con il cibo; dall’altro, i dati che segnalano un aumento dei disturbi alimentari, soprattutto tra i più giovani.
Educazione alimentare: un percorso che inizia da piccoli
Secondo l’UNICEF, promuovere un rapporto positivo con il cibo nei bambini significa prima di tutto evitare imposizioni e rigidità. Il momento del pasto deve essere vissuto come un’esperienza serena e condivisa, lontana da pressioni o ricatti.
Tra i principali suggerimenti emerge l’importanza di:
- Non forzare i bambini a mangiare;
- Rispettare il senso di fame e sazietà;
- Evitare di classificare i cibi come “buoni” o “cattivi”;
- Dare il buon esempio come adulti;
- Coinvolgere i bambini nella preparazione dei pasti.
Questo approccio favorisce lo sviluppo di una relazione equilibrata con l’alimentazione, riducendo il rischio di comportamenti disfunzionali nel tempo.
Disturbi alimentari in Italia: un fenomeno sempre più precoce
Parallelamente, cresce la preoccupazione per l’aumento dei disturbi alimentari in Italia. I dati indicano che non solo il numero dei casi è in crescita, ma che l’età di insorgenza si sta abbassando drasticamente. Anoressia, bulimia e binge eating non riguardano più esclusivamente adolescenti o giovani adulti. Sempre più bambini, infatti, mostrano segnali precoci di disagio legati al cibo, al corpo e all’immagine di sé. Le cause sono multifattoriali: pressione sociale, modelli estetici irrealistici, uso dei social media, ma anche dinamiche familiari e difficoltà emotive.
Prevenzione e consapevolezza: il ruolo degli adulti
Diventa quindi fondamentale il ruolo di genitori, educatori e professionisti sanitari nel riconoscere i segnali precoci e promuovere un’educazione alimentare basata sull’ascolto e sulla consapevolezza. Favorire un clima sereno a tavola, evitare giudizi e incoraggiare un dialogo aperto sono elementi chiave per prevenire l’insorgenza dei disturbi alimentari, secondo gli esperti. La costruzione di un rapporto sano con il cibo passa anche attraverso l’educazione emotiva: aiutare bambini e adolescenti a riconoscere e gestire le proprie emozioni riduce il rischio di utilizzare il cibo come strumento di compensazione.
Rapporto sano con il cibo: verso un approccio integrato
Affrontare il tema richiede un approccio multidisciplinare che coinvolga psicologi, nutrizionisti, medici ed educatori. Solo attraverso una rete integrata è possibile intervenire in modo efficace sia sul piano preventivo che terapeutico. In questo contesto, diventa essenziale ascoltare il punto di vista degli esperti per comprendere come costruire strategie concrete e sostenibili nel tempo.
La parola degli esperti e le loro risposte
Ne abbiamo parlato con Enrico Prosperi, Prof. ac Educazione Terapeutica applicata all’ambito Clinico e Ospedaliero Psicologia Magistrale, Università Europea di Roma e Presidente Società Italiana Educazione Terapeutica:
Qual è il ruolo dell’educazione terapeutica nella prevenzione dei disturbi alimentari e nella costruzione di un rapporto sano con il cibo fin dall’infanzia?
L’educazione terapeutica gioca un ruolo essenziale per la prevenzione e il trattamento dell’eccesso di peso in età pediatrica, uno dei principali problemi di salute pubblica nel mondo, ma anche per i disturbi della nutrizione e alimentazione la cui prevalenza è in continuo aumento.
L’educazione terapeutica, attraverso interventi esperienziali, favorisce un miglior ascolto dei segnali interni di fame e sazietà, aiuta a mangiare in modo più consapevole e a non colpevolizzarsi quando si consumano cibi considerati erroneamente “proibiti”.
Facilita inoltre un coinvolgimento attivo dei ragazzi nella preparazione dei pasti e questo può avvicinarli a sperimentare nuovi sapori.
L’educazione terapeutica, interviene anche su altri aspetti che determinano la possibile insorgenza di un disturbo alimentare quali la gestione delle emozioni, il miglioramento dei rapporti interpersonali, la scoperta di un’attività fisica piacevole, un’attenzione alle ore di sonno, un uso più consapevole delle tecnologie.
Per questo motivo l’educazione terapeutica necessita di équipe interdisciplinari adeguatamente formate in grado di costruire percorsi continui e strutturati che possano coinvolgere attivamente i ragazzi e i loro genitori”.
Mentre con la Psicologa Marta Guastella, abbiamo affrontato il mondo degli adolescenti:
Quali sono le principali criticità che emergono negli adolescenti nel rapporto con il cibo e come si possono prevenire?
Dal mio punto di vista e per quanto riguarda l’esperienza avuta finora il rapporto problematico con il cibo in adolescenza non va letto solo come una difficoltà alimentare, ma come espressione di un disagio psicologico più profondo, legato ai compiti evolutivi di questa fase della vita che non si sono sviluppati.
Il rapporto complicato con il cibo e’ anch’esso un modo per comunicare qualcosa per esempio un dolore che non trova spazio in nessun modo e non viene riconosciuto.
Durante l’adolescenza quello che può mettere in crisi i ragazzi può essere:
- Il rapporto con il corpo e l’identità: molti adolescenti “non si piacciono” e vivono il corpo come qualcosa da controllare o correggere. Il cibo diventa così uno strumento attraverso cui esprimere il disagio legato alla costruzione della propria identità.
- Il cibo come linguaggio del disagio: comportamenti come restrizione o abbuffate rappresentano spesso un modo per “sfogare sul corpo” le difficoltà emotive tipiche del passaggio all’età adulta.
- La pressione dei modelli sociali e della performance: nella cultura contemporanea, fortemente centrata sull’immagine e sulla perfezione, il corpo diventa un terreno di competizione e controllo, alimentando comportamenti anche estremi.
E’ importante inoltre sottolineare una distinzione importante tra:
- comportamenti alimentari problematici che possono essere segnali transitori di crescita e che quindi si differiscono per una caratteristica di temporalità;
- e disturbi veri e propri che indicano una sofferenza più strutturata e richiedono un intervento specialistico. In questi casi è sempre importante lavorare in rete con la partecipazione di diversi professionisti.
Per quanto riguarda la prevenzione, emerge l’importanza di:
- leggere il significato emotivo del comportamento alimentare, senza fermarsi al sintomo;
- sostenere lo sviluppo dell’identità e dell’autostima, aiutando i ragazzi a integrare il corpo nella propria immagine di sé;
- coinvolgere il contesto familiare, poiché le dinamiche relazionali hanno un ruolo centrale;
- intervenire precocemente, cogliendo i segnali di disagio prima che si strutturino in forme più gravi e croniche.
Nel lavoro clinico con gli adolescenti, e in particolare con le ragazze che presentano difficoltà nel rapporto con il cibo, emerge spesso come il sintomo alimentare non sia solo legato al nutrimento, ma abbia un significato relazionale e identitario più profondo.
In alcuni casi, quando il rifiuto del cibo viene approfondito attraverso una pratica clinica attenta, può emergere un nodo significativo nel rapporto con la madre. Questo può articolarsi su due livelli principali.
Da un lato, si osserva un tema di identificazione con il corpo materno: l’adolescente si confronta con il modello corporeo della madre e può vivere una tensione tra accettazione e rifiuto. Il proprio corpo diventa allora il luogo in cui si gioca questa dinamica, tra somiglianza e differenziazione.
Dall’altro lato, il comportamento alimentare può assumere il valore di una affermazione identitaria. Il dire “no” al cibo può rappresentare, simbolicamente, un modo per esprimere autonomia, opposizione e senso di controllo. Può essere una forma di comunicazione del proprio potere decisionale in una fase della vita in cui il bisogno di differenziarsi è particolarmente intenso.
In questa prospettiva, il sintomo alimentare può essere letto come un linguaggio attraverso cui l’adolescente esprime conflitti legati alla costruzione della propria identità e alle relazioni significative, più che come un semplice problema legato all’alimentazione in sé.
Il punto di vista fisico, invece, lo abbiamo affrontato con il Dott. Pier Paolo La Rosa, fisioterapista OMPT
Può il movimento guidato aiutare a spostare l’attenzione dal controllo calorico al benessere fisico?
Il movimento guidato può aiutare molto a spostare l’attenzione dal controllo calorico al benessere fisico.
Ma è importante sottolineare che questo cambiamento è prima di tutto mentale.
Il vero passaggio avviene quando il movimento smette di essere visto come uno strumento per consumare calorie e viene vissuto invece come un’esperienza legata all’ascolto e alla qualità.
Quando questo avviene, il movimento guidato diventa particolarmente efficace.
La persona, accompagnata in modo consapevole, tende a focalizzarsi meno su quante calorie brucia e più su come si muove e su ciò che percepisce: il respiro, la fluidità del gesto, le sensazioni corporee.
Questo favorisce una maggiore consapevolezza e una riconnessione con il proprio corpo.
In questo modo, l’attività fisica smette di essere uno strumento di controllo e diventa un mezzo per stare meglio, ridurre eventuali dolori e migliorare la propria efficienza fisica.
Si costruisce quindi una relazione più sana e sostenibile con il movimento, meno legata a logiche rigide e più orientata al benessere globale della persona.
