Malattia rara, la persona al centro non deve rimanere uno slogan

Personalizzare la cura significa costruire sistemi che si adattino alla persona dentro e fuori dal sistema salute, non il contrario

Personalizzare la cura per una persona con malattia rara significa prima di tutto riconoscerne l’unicità, non soltanto sul piano genetico e clinico, ma anche in quella dimensione relazionale e sociale che definisce la sua vita concreta. Costruire sistemi capaci di adattarsi alle persone, piuttosto che il contrario, è uno degli snodi concettuali che Vanessa Cerrone, volontaria di Uniamo – Federazione Italiana Malattie Rare, porta al centro del ragionamento. Il punto di partenza è la parola stessa, personalizzazione, che nel contesto delle malattie rare acquista un peso specifico diverso rispetto ad altri ambiti della medicina: richiede che il paziente non sia solo destinatario di cure, ma presenza attiva nel percorso che porta dalla ricerca alla sperimentazione, fino all’assistenza quotidiana.

In questo quadro si inserisce anche una riflessione sull’innovazione, che Cerrone distingue con chiarezza dalla sola tecnologia. L’innovazione come modello organizzativo è una prospettiva che cambia il modo in cui si guarda al sistema salute nel suo complesso, perché implica ripensare processi, ruoli e relazioni prima ancora di introdurre nuovi strumenti. La sperimentazione, in particolare, chiede un’attenzione specifica: non va confusa con la cura, ed è proprio questa distinzione a segnare un confine importante nella comunicazione con i pazienti e le loro famiglie.

Il caregiver tra riconoscimento e progetto di vita

La figura del caregiver nelle malattie rare porta con sé una complessità che va ben oltre il supporto assistenziale quotidiano. Vanessa Cerrone affronta questo tema a partire dalla propria esperienza, come volontaria, come paziente e come sorella di una persona con malattia rara a evoluzione ultra rara, tre prospettive che si intrecciano e si informano reciprocamente.

Il ragionamento tocca il livello di competenza che il caregiver sviluppa nel tempo, fino a diventare un riferimento capace di colmare spazi che il sistema sanitario fatica a coprire. Cerrone si sofferma sul riconoscimento economico e sociale di questo ruolo, ancora insufficiente rispetto al carico reale che queste persone sostengono, e porta l’attenzione sulla condizione femminile in particolare, dove il peso assistenziale incide direttamente sul progetto di vita. Il contributo si chiude con uno sguardo verso il futuro prossimo, nella convinzione che la cooperazione tra associazioni e istituzioni rappresenti la direzione più solida per tradurre in risultati concreti i progressi già compiuti e quelli ancora attesi.

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di Arrigo Bellelli

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