Per economia della salute si intende l’insieme di attività, investimenti e filiere che ruotano attorno alla tutela e al miglioramento della salute (dalla ricerca scientifica alla produzione industriale, dai servizi sanitari alle tecnologie) e, al tempo stesso, la disciplina che studia come allocare risorse scarse per massimizzare risultati di salute, efficienza ed equità dei sistemi sanitari. In questa prospettiva la salute non è solo un valore sociale, ma anche un bene economico: incide sulla produttività, sulla coesione e sulla capacità di crescita di un Paese.
Un moltiplicatore di crescita
Nel quadro delle politiche industriali, il Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) “Made in Italy 2030” colloca l’economia della salute tra i cinque comparti emergenti del “nuovo Made in Italy”, evidenziando la centralità strategica di questo ambito accanto a spazio e difesa, economia blu, turismo e industrie culturali e creative. In un contesto segnato da transizioni demografiche, tecnologiche e geopolitiche, l’economia della salute si consolida come asset strategico: crea valore aggiunto, sostiene ricerca e industria, abilita innovazione e contribuisce alla resilienza del Paese.
L’economia della salute è sempre più letta come volano di benessere e sviluppo: investire in prevenzione, innovazione e accesso alle cure significa sostenere la qualità della vita, la tenuta sociale e, in parallelo, la competitività del sistema produttivo. In altre parole, la salute non è solo spesa: è una leva di politica industriale e di crescita. È per questo che, nella visione del “Made in Italy 2030”, viene letta come uno dei motori emergenti su cui il nostro Pese può costruire la sua competitività.
I numeri chiave
In Europa l’economia della salute non è un capitolo “di spesa”, ma una componente strutturale della crescita: genera 1,5 trilioni di euro di valore aggiunto e pesa per il 3,3% del PIL europeo. Dentro questa filiera, la ricerca è uno dei motori principali: solo il comparto farmaceutico investe 55 miliardi di euro in Ricerca & Sviluppo, con una forte concentrazione degli investimenti in pochi Paesi capaci di attrarre le attività a più alto valore aggiunto. In testa ci sono Regno Unito (10,2 miliardi), Germania (9,9 miliardi) e Svizzera (9,2 miliardi), mentre l’Italia contribuisce con 2 miliardi, un dato significativo ma ancora distante dai leader europei.
In questo scenario l’Italia si conferma un attore di primo piano in Europa, seconda solo alla Germania per forza industriale: il settore conta 411 aziende e sviluppa 56 miliardi di euro di valore di produzione. È anche un comparto ad alta intensità di lavoro: le stime riportano circa 950.000 occupati nel perimetro considerato. Soprattutto, i numeri evidenziano un punto chiave: investire in salute conviene anche economicamente. Studi, come il rapporto FNOMCeO-Censis Il valore economico e sociale del Servizio Sanitario Nazionale – Una Piattaforma fondamentale per il Paese edito nel 2023, indicano che ogni euro investito in salute può generare tra i due e i quattro euro di ritorno in termini di PIL, attraverso effetti diretti (più occupazione e consumi), indiretti (rafforzamento delle filiere produttive) e indotti (più produttività e diffusione dell’innovazione).
