Editoriale a cura di Marinella D’Innocenzo, coordinatrice dell’area Sanità di DEMOS e Presidente dell’associazione «L’Altra Sanità», che ha contribuito alla stesura del documento programmatico sulla sanità di DEMOS presentato il 26 maggio a Roma
Negli ultimi mesi la situazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha confermato, e in parte aggravato, le criticità che il programma che abbiamo presentato il 26 maggio aveva già individuato: sottofinanziamento strutturale, carenza cronica di personale, diseguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi e una pressione crescente sui cittadini che, quando possono, si rivolgono sempre più al privato. Nonostante la nuova legge di bilancio abbia introdotto alcune misure importanti (su personale, prevenzione, salute mentale, digitalizzazione) non si è riusciti a colmare il divario con la media europea né invertire in modo netto la tendenza a un SSN che fatica a recuperare dopo la pandemia.
In questo contesto, il “Patto per la Salute” che abbiamo presentato e proposto non è un esercizio astratto, ma una piattaforma di risposta concreta a un sistema che, a sei anni dal Covid, resta fragile, in ritardo sull’area critica, con una rete territoriale che procede a velocità diverse e un piano pandemico ancora non pienamente consolidato.
Le mancanze del SSN
La spesa sanitaria pubblica resta inchiodata intorno al 6,3–6,4% del PIL, sotto la media UE, mentre crescono spesa privata e out of pocket, spianando la strada a un’espansione del privato in un contesto di servizi pubblici in affanno. La carenza di infermieri e medici, più volte denunciata anche da osservatori indipendenti, è il denominatore comune di quasi tutte le criticità: posti letto programmati ma non attivi, liste d’attesa, pronto soccorso in sofferenza, servizi territoriali sottodimensionati. Il rafforzamento di terapie intensive e sub-intensive previsto con il PNRR non ha ancora raggiunto i target fissati: centinaia di posti restano da rendere pienamente operativi, con ritardi e forti disomogeneità regionali.
La messa a terra della riforma dell’assistenza territoriale procede a velocità diverse tra le Regioni, mantenendo e in alcuni casi ampliando le distanze Nord-Sud e tra aree urbane e interne: questo si traduce in tempi di attesa, accessibilità e qualità dei servizi molto differenti a seconda del codice di avviamento postale. Tra ondate influenzali particolarmente intense, residui focolai di Covid-19 e nuove emergenze infettive, il sistema continua a testare la propria resilienza, spesso facendo leva più sulla buona volontà degli operatori che su una struttura organizzativa stabile e programmata.
Un’attuazione deficitaria
Osserviamo per esempio la legge di bilancio 2026: la manovra prevede risorse aggiuntive per personale, prevenzione, salute mentale, cure palliative, demenze e telemedicina, con programmi specifici per screening oncologici, rafforzamento della rete di prevenzione e implementazione della ricetta dematerializzata e dei servizi di telemedicina. Questi interventi, pur significativi, rischiano però di rimanere incompiuti e/o frammentari se non collocati dentro una strategia complessiva di rilancio del SSN come infrastruttura nazionale di cittadinanza.
Le priorità indicate dal Ministro sono rafforzamento della prevenzione, attuazione della riforma territoriale, digitalizzazione, riduzione delle liste d’attesa. Queste confermano la direzione di marcia, ma rendono ancora più evidente la distanza tra dichiarazioni programmatiche e capacità reale di attuazione, soprattutto dove mancano personale e governance integrata.
I bollettini ISS e gli aggiornamenti Istat, mostrano un quadro di pressione sanitaria che, pur meno drammatico rispetto agli anni di picco pandemico, continua a richiedere capacità di sorveglianza, prevenzione e risposta che un sistema a organico sottile fatica a garantire in modo uniforme sul territorio. E ancora bisogna rilevare che:
- Le criticità oggi sotto gli occhi di tutti e sono esattamente quelle che il documento programmatico presentato mette al centro: personale insufficiente, servizi territoriali incompiuti, finanziamento fermo, diseguaglianze crescenti.
- La nostra proposta di nuovo Patto per la Salute risponde a questa diagnosi: più risorse strutturali, una politica del personale fondata su stabilità e valorizzazione, un vero riequilibrio territoriale, il rafforzamento della medicina di comunità e della prevenzione.
Una nuova programmazione per il SSN
Per tutto questo ritengo serva una scelta di campo. Le misure introdotte con la legge di bilancio, gli atti di indirizzo del Ministero, i programmi di telemedicina e salute mentale rappresentano passi avanti, ma non cambiano l’impianto di un SSN che continua a vivere di interventi emergenziali e di finanziamenti a margine. È necessario trasformare queste misure in un piano di medio-lungo periodo che riporti la spesa sanitaria pubblica verso i livelli europei, leghi le risorse a obiettivi misurabili di riduzione delle diseguaglianze e metta vincoli stringenti all’uso di fondi per rafforzare davvero il pubblico.
A sei anni dal Covid, l’Italia non può permettersi un SSN a due velocità, dove chi può pagare si garantisce prestazioni rapide e chi non può resta intrappolato tra liste d’attesa, pronto soccorso affollati e servizi territoriali carenti. Concludo ribadendo che la qualità del sistema sanitario è la cartina di tornasole della qualità morale e politica della Repubblica: rimettere la sanità pubblica al centro significa scegliere di stare dalla parte delle persone che non hanno altri strumenti se non i propri diritti.
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