Il progressivo scioglimento del permafrost e dei ghiacci artici sta riaccendendo l’attenzione della comunità scientifica sulla possibilità che microrganismi rimasti intrappolati per migliaia di anni possano tornare in superficie: batteri e virus, spiegano gli esperti della piattaforma della Fnomceo “Dottore, ma è vero che…?”, possono infatti conservarsi a lungo in ambienti congelati e riattivarsi quando le condizioni ambientali tornano favorevoli.
Secondo gli specialisti, il cambiamento climatico sta accelerando questo processo, soprattutto nelle regioni artiche dove l’aumento delle temperature procede più rapidamente rispetto ad altre aree del pianeta. Alla fusione dei ghiacci si aggiungono le attività di estrazione mineraria e petrolifera, che potrebbero esporre lavoratori e territori a microrganismi rimasti isolati in profondità per secoli. «Non c’è da stupirsi» osservano i medici: molti virus e batteri riescono a sopravvivere anche nei laboratori scientifici a temperature molto basse, entrando in una sorta di stato di quiescenza.
Il precedente dell’antrace in Siberia
Il caso più noto risale al 2016, nella penisola di Yamal, in Siberia, dove un’epidemia di carbonchio provocò la morte di migliaia di renne e coinvolse anche decine di persone. Gli esperti ritengono che il focolaio fosse causato dal disgelo di una carcassa animale infetta rimasta congelata per decenni.
Il batterio responsabile dell’antrace, il Bacillus anthracis, è infatti in grado di sopravvivere molto a lungo nel terreno sotto forma di spore resistenti. In quell’area la vaccinazione degli animali era sospesa da anni, proprio perché da tempo non si registravano casi della malattia. Dopo l’epidemia, le campagne vaccinali ripartirono. Gli specialisti sottolineano che episodi simili sono rari. Ma l’aumento delle temperature potrebbe favorire il riaffiorare di resti animali o umani contenenti agenti patogeni ormai dimenticati.
Il timore legato al vaiolo e alla Spagnola
Tra i virus monitorati con maggiore attenzione c’è quello del vaiolo umano, dichiarato eradicato nel 1980. In Siberia, durante alcuni scavi archeologici, furono rinvenuti frammenti di Dna riconducibili al virus in resti umani antichi, anche se non sono mai state trovate particelle virali complete e infettive.
Gli esperti ricordano che esistono ancora scorte di vaccino antivaiolo, ma la produzione su larga scala in caso di emergenza potrebbe rappresentare una criticità. Per questo motivo il tema continua a essere oggetto di sorveglianza internazionale. Diverso il discorso per i virus influenzali, considerati meno resistenti nel tempo. Resti genetici della cosiddetta Influenza Spagnola sono stati recuperati dai corpi conservati nel permafrost dell’Alaska, ma senza individuare particelle ancora capaci di trasmettere l’infezione.
I “virus zombie” e la ricerca scientifica
Negli ultimi anni ha avuto grande eco mediatica anche l’espressione “virus zombie”, utilizzata per indicare antichi virus ritrovati nel permafrost e ancora in grado di infettare cellule di ameba dopo decine di migliaia di anni. Una definizione che, secondo i medici, rischia però di accentuare toni allarmistici. Più che la loro età o dimensione, spiegano gli studiosi, interessa il fatto che fossero in differenti aree della Siberia, segno che il fenomeno potrebbe essere più diffuso di quanto noto finora.
Accanto ai possibili rischi, la ricerca sta valutando anche eventuali applicazioni positive. Alcuni batteri antichi rinvenuti in una grotta ghiacciata in Romania hanno mostrato resistenza agli antibiotici ma anche la capacità di produrre sostanze antimicrobiche. Caratteristiche che potrebbero aprire nuove prospettive nello sviluppo di farmaci contro i batteri resistenti.
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